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Andrea Camilleri e la nuova guerra globale

Visite: 2340 Creato Lunedì, 10 Dicembre 2012 14:53 Comment count:

Sapevo da qualche giorno che il Courmayeur Noir in Festival, nella sua XXI edizione, avrebbe conferito ad  Andrea Camilleri e a Petros Markaris ilRaymond Chandler Award, prestigioso riconoscimento alla carriera, rappresentato dal doblone Brasher, il gioiello che Marlowe doveva ritrovare in Finestra sul vuoto.

Sapevo pure che la consegna sarebbe avvenuta a Roma, in occasione della presentazione alla stampa del festival.

 
E fino alla sera prima, per quanto lo volessi, non ero riuscito a vincere alcuni piccoli contrattempi e la colossale indolenza che mi impedivano di andarci. Solo poche ore prima, complice un’accompagnatrice zelante, ho deciso che il viaggio sarebbe valso l’esperienza. Mi sbagliavo, naturalmente. L’esperienza è valsa parecchio di più.

 

A Roma mi trovo in un consesso di giornalisti. Al banco dell’organizzazione chiedono per quale testata scrivo. Biascico qualcosa su un accredito stampa richiesto in ritardo e su un passaggio deciso all’ultimo momento. “Ma ti registro ora, ci mancherebbe… tra di noi…”. Soffoco a fatica il “noi chi??” che mi esplode in gola, mentre prendo la cartella stampa (la mia prima) e vado a sedermi, evitando i posti riservati che mi avevano indicato. A tutto c’è un limite.

 

Giorgio Gosetti, che dirige il festival insieme a Marina Fabbri, inizia la presentazione con la tranquillità di chi sa come parlare in pubblico. Questo finché Camilleri arriva, con un po’ di anticipo, e si siede tra il pubblico: sceglie un posto non riservato. Mi viene da ridere ma tengo duro. La sicurezza di Gosetti vacilla. Confessa di sentirsi come uno scolaretto che chiede tempo alla maestra, perché deve dire ancora qualcosa prima di passare la parola a Gaetano Savatteri che condurrà l’intervista.

 

Grazie a questa battuta non troppo disinvolta, il Maestro comincia il suo intervento con una delle gag che rendono ogni sua intervista un piccolo capolavoro. “Potevo stare qui ad ascoltarli per delle ore, se non fosse che sono un po’ raffreddato e porto il peso degli acciacchi dell’età. Questo sono per chiarire che io non sono uno di quelli là…”: non aveva fretta lui, ma il suo fisico.

 

Savatteri comincia a sparare le sue cartucce. “Parlaci della tua prima partecipazione al Noir Festival”. Con il solito coinvolgente modo di raccontare, ricorda che si presentò a Courmayeur come Totò e Peppino a Milano, anzi peggio, convinto com’era di andare incontro ad atroci dolori reumatici. Invece si trovò benissimo, nonostante l’idea della montagna tutt’ora non metta a suo agio un siciliano di scoglio come lui.

 

Presentò un racconto in fretta e furia, il compagno di viaggio, che venne letto insieme a quello richiesto a un autore francese. Durante la lettura il francese cominciò a guardarlo strano. Lui capì solo quando, sentendo il racconto del collega, scoprì che aveva la stessa struttura e ambientazione del suo e persino il finale si assomigliava. Mentre cercava di spiegare che non c’era stato nessun accordo, un energumeno con la barba si alzò criticando gli scrittori europei, di idee troppo omogenee sugli spazi stretti e la psicologia. “Chi è quel tizio?” chiese. “Ed McBain” rispose un vicino. “Ah, beh…” fece lui alzando le mani.

 

Ridiamo tutti, ma non è finita. Ne ha in serbo un’altra. “Quella sera Ed McBain, che poi veramente si chiama Evan Hunter, me lo trovai accanto a cena; previdi una serata assai noiosa per me che non spiccico una parola di inglese. Invece, mentre mangiavo lardo di colonnata, lui mi fa: ‘d’unni sì tu?’ E io: ‘di Porto Empedocle so’, perché tu d’unni sì?’ ‘no, io miricano so’, ma mi patre e mi matre… io mi chiamo Totò Lombino’… e la cosa cangiò…”.

 

La spiegazione dei racconti simili è l’affinità tra gli autori europei mediterranei. La sua famiglia (con la f minuscola, chiarisce) in senso letterario è quella di George Simenon, Friedrich Dürrenmatt, Jean Claude Izzo, Petros Markaris, Manolo Vasquez Montalban e non quella degli inglesi scientifici e cervellotici o degli americani, nemmeno se siciliani d’alto mare come McBain. “A me piace il colpo di genio, la trovata, l’intelligenza”.

 

“Qual è il tuo rapporto con Chandler e Hammet?” riprende Savatteri. Camilleri racconta di essersi avvicinato a questi autori via cinema e non attraverso i libri. Di Samuel Hammet riconosce la straordinaria capacità di portare la scrittura alta nella letteratura noir, fino ad allora considerata alla stregua di indovinello enigmistico, riuscendo finanche a citare Shakespeare, nel finale de il Falcone Maltese: “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Raymond Chandler, persino più raffinato di Hammet, introduce una vulnerabilità dell’eroe che lo umanizza e lo rende più realistico, e che contraddistingue anche il suo Montalbano. Due scrittori puri, non di genere. Due letterati a tutto tondo per altezza e qualità delle opere prodotte.

 

“Pare che tu abbia sceneggiato un western… è vero?”. Sorride all’idea e racconta che una volta gli chiesero di scrivere una sceneggiatura western. La consegnò, fu pagato e non ne seppe più nulla. Anni dopo era davanti al suo vecchio televisore insieme alla signora che gentilmente divide la casa con lui da oltre cinquant’anni, quando iniziarono a  scorrere degli ectoplasmi sul video, in una storia di cui riusciva a prevedere ogni scena. “L’hai già visto?” chiese la signora (“si tratta di mia moglie” spiega per i più lenti). “No, credo di averlo scritto io” le rispose divertito.

 

E fino a qui si rischierebbe anche di annoiarsi, di sentire cose già dette, per quanto belle. Ma non ce n’è il tempo: Savatteri sta per lanciare la bomba: “L’argomento del festival è l’apocalisse. In Italia, in Europa, stiamo vivendo un’apocalisse sociale, finanziaria, economica. E’ la fine?”.

 

Cede subito alla tentazione di scherzare a suo modo, citando Sciascia[1]: “Cu tuttu ca sugnu orbu la viu niura” (nonostante sono cieco, la vedo nera). Questa non è l’apocalisse, spiega, che ci porterebbe alla perdita di tutto. Del denaro, di cui non gli può fregare di meno, ma anche di cose più importanti come le letture, il che invece gli dispiacerebbe molto. Ma è certo un bruttissimo momento. Siamo in guerra, la prima guerra globale del terzo millennio. Non ci sono le bombe e non ci sono i morti (anche se di questo non si può essere certi), ma si usano armi diverse come il denaro e la speculazione, per mettere in ginocchio le nazioni più deboli. “Seguiamo i listini di borsa come io seguivo da giovane i bollettini di guerra, con le stesse ansie e gli stessi timori. Avanzavamo, arretravamo, perdevamo questa o quella città”. E oggi con la stessa ansia tutti ascoltano le notizie dalla Banca Centrale Europea, stato maggiore di un nuovo esercito preso a elaborare piani difensivi per evitare il crollo. La differenza di fondo con una guerra tradizionale è che qui non si sa chi sia il vero nemico, chi c’è davvero dietro. Ma, come spesso accade in situazioni critiche, l’umanità tende a reagire e a dare un senso ai rapporti tra gli uomini. “E allora, chi vi dice che non ne verrà un gran bene?”.

 

Pochi lunghi secondi di silenzio e parte un applauso spontaneo, liberatorio, anche da parte di quelli che avevano già letto questo suo pensiero in un articolo uscito, mi pare, su Il sole 24 ore.

 

Giancarlo De Cataldo interviene e consegna il doblone Brasher, lamentandone le ridotte dimensioni: “una volta che consegno un premio, poteva essere una targa da tre metri quadri?”. Ma sorride e lo fa anche il Maestro, dispiaciuto di non avergli a sua volta potuto consegnare non so quale premio in Regione Lazio qualche settimana prima. De Cataldo lo informa: “alla fine me lo ha dato la Polverini…”. Lui risponde con un sorriso malizioso: “Allora sono ancora più dispiaciuto per te…”.

 

E’ affaticato e si vede. Quasi dimentica di aprire il premio, ma ripara. Lo osserva con attenzione e apprezzamento.  Saluti finali e tutti si alzano.

 

Vorrei farmi autografare la mia copia de Il birraio di Preston e vorrei regalargli il mio romanzo, su cui imbastisco una dedica veloce: ad Andrea Camilleri, grazie per le storie, grazie per le parole. Ma devo scegliere tra le due cose. Non c’è tempo, è già in piedi e non ci resterà per molto, influenzato e stanco com’è. Così mi limito a fermarlo un istante: "Maestro, posso offrirle un piccolo dono?". E lui: "con piacere, grazie", e sembra anche sincero.

 

La mia diligente accompagnatrice, improvvisata fotografa, immortala il momento in cui mi guarda come se avessi enormi orecchie verdi. Mi piacerebbe sapere che sta pensando.

 

Se ne va. Lo seguo fuori tra gli altri per vedere se si accende la sigaretta che avrei tanto voluto scroccargli (dopo un'ora senza, doveva averne una voglia…) e soprattutto in quale cestino butta il mio prezioso libro autografato.

 

Non fa nessuna delle due cose, ma a essere onesto stava salendo in taxi e in giro non c'erano cestini: si vede che è una persona civile.

 

___________________________________________________ 

[1] Sciascia, nel suo “Occhio di capra”, racconta che all'inizio della seconda guerra mondiale un giornalista aveva chiesto ad un mendicante cieco davanti alla chiesa di un piccolo paese del sud della Sicilia che cosa ne pensava dell'entrata in guerra dell'Italia. Il cieco rispose: “Nonostante sia cieco, la vedo nera”. Ancora oggi questa frase viene usata quando c'è un assoluto pessimismo riguardo all'evolversi di una certa situazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sapevo pure che la consegna sarebbe avvenuta a Roma, in occasione della presentazione alla stampa del festival.

 
E fino alla sera prima, per quanto lo volessi, non ero riuscito a vincere alcuni piccoli contrattempi e la colossale indolenza che mi impedivano di andarci. Solo poche ore prima, complice un’accompagnatrice zelante, ho deciso che il viaggio sarebbe valso l’esperienza. Mi sbagliavo, naturalmente. L’esperienza è valsa parecchio di più.

 

A Roma mi trovo in un consesso di giornalisti. Al banco dell’organizzazione chiedono per quale testata scrivo. Biascico qualcosa su un accredito stampa richiesto in ritardo e su un passaggio deciso all’ultimo momento. “Ma ti registro ora, ci mancherebbe… tra di noi…”. Soffoco a fatica il “noi chi??” che mi esplode in gola, mentre prendo la cartella stampa (la mia prima) e vado a sedermi, evitando i posti riservati che mi avevano indicato. A tutto c’è un limite.

 

Giorgio Gosetti, che dirige il festival insieme a Marina Fabbri, inizia la presentazione con la tranquillità di chi sa come parlare in pubblico. Questo finché Camilleri arriva, con un po’ di anticipo, e si siede tra il pubblico: sceglie un posto non riservato. Mi viene da ridere ma tengo duro. La sicurezza di Gosetti vacilla. Confessa di sentirsi come uno scolaretto che chiede tempo alla maestra, perché deve dire ancora qualcosa prima di passare la parola a Gaetano Savatteri che condurrà l’intervista.

 

Grazie a questa battuta non troppo disinvolta, il Maestro comincia il suo intervento con una delle gag che rendono ogni sua intervista un piccolo capolavoro. “Potevo stare qui ad ascoltarli per delle ore, se non fosse che sono un po’ raffreddato e porto il peso degli acciacchi dell’età. Questo sono per chiarire che io non sono uno di quelli là…”: non aveva fretta lui, ma il suo fisico.

 

Savatteri comincia a sparare le sue cartucce. “Parlaci della tua prima partecipazione al Noir Festival”. Con il solito coinvolgente modo di raccontare, ricorda che si presentò a Courmayeur come Totò e Peppino a Milano, anzi peggio, convinto com’era di andare incontro ad atroci dolori reumatici. Invece si trovò benissimo, nonostante l’idea della montagna tutt’ora non metta a suo agio un siciliano di scoglio come lui.

 

Presentò un racconto in fretta e furia, il compagno di viaggio, che venne letto insieme a quello richiesto a un autore francese. Durante la lettura il francese cominciò a guardarlo strano. Lui capì solo quando, sentendo il racconto del collega, scoprì che aveva la stessa struttura e ambientazione del suo e persino il finale si assomigliava. Mentre cercava di spiegare che non c’era stato nessun accordo, un energumeno con la barba si alzò criticando gli scrittori europei, di idee troppo omogenee sugli spazi stretti e la psicologia. “Chi è quel tizio?” chiese. “Ed McBain” rispose un vicino. “Ah, beh…” fece lui alzando le mani.

 

Ridiamo tutti, ma non è finita. Ne ha in serbo un’altra. “Quella sera Ed McBain, che poi veramente si chiama Evan Hunter, me lo trovai accanto a cena; previdi una serata assai noiosa per me che non spiccico una parola di inglese. Invece, mentre mangiavo lardo di colonnata, lui mi fa: ‘d’unni sì tu?’ E io: ‘di Porto Empedocle so’, perché tu d’unni sì?’ ‘no, io miricano so’, ma mi patre e mi matre… io mi chiamo Totò Lombino’… e la cosa cangiò…”.

 

La spiegazione dei racconti simili è l’affinità tra gli autori europei mediterranei. La sua famiglia (con la f minuscola, chiarisce) in senso letterario è quella di George Simenon, Friedrich Dürrenmatt, Jean Claude Izzo, Petros Markaris, Manolo Vasquez Montalban e non quella degli inglesi scientifici e cervellotici o degli americani, nemmeno se siciliani d’alto mare come McBain. “A me piace il colpo di genio, la trovata, l’intelligenza”.

 

“Qual è il tuo rapporto con Chandler e Hammet?” riprende Savatteri. Camilleri racconta di essersi avvicinato a questi autori via cinema e non attraverso i libri. Di Samuel Hammet riconosce la straordinaria capacità di portare la scrittura alta nella letteratura noir, fino ad allora considerata alla stregua di indovinello enigmistico, riuscendo finanche a citare Shakespeare, nel finale de il Falcone Maltese: “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Raymond Chandler, persino più raffinato di Hammet, introduce una vulnerabilità dell’eroe che lo umanizza e lo rende più realistico, e che contraddistingue anche il suo Montalbano. Due scrittori puri, non di genere. Due letterati a tutto tondo per altezza e qualità delle opere prodotte.

 

“Pare che tu abbia sceneggiato un western… è vero?”. Sorride all’idea e racconta che una volta gli chiesero di scrivere una sceneggiatura western. La consegnò, fu pagato e non ne seppe più nulla. Anni dopo era davanti al suo vecchio televisore insieme alla signora che gentilmente divide la casa con lui da oltre cinquant’anni, quando iniziarono a  scorrere degli ectoplasmi sul video, in una storia di cui riusciva a prevedere ogni scena. “L’hai già visto?” chiese la signora (“si tratta di mia moglie” spiega per i più lenti). “No, credo di averlo scritto io” le rispose divertito.

 

E fino a qui si rischierebbe anche di annoiarsi, di sentire cose già dette, per quanto belle. Ma non ce n’è il tempo: Savatteri sta per lanciare la bomba: “L’argomento del festival è l’apocalisse. In Italia, in Europa, stiamo vivendo un’apocalisse sociale, finanziaria, economica. E’ la fine?”.

 

Cede subito alla tentazione di scherzare a suo modo, citando Sciascia[1]: “Cu tuttu ca sugnu orbu la viu niura” (nonostante sono cieco, la vedo nera). Questa non è l’apocalisse, spiega, che ci porterebbe alla perdita di tutto. Del denaro, di cui non gli può fregare di meno, ma anche di cose più importanti come le letture, il che invece gli dispiacerebbe molto. Ma è certo un bruttissimo momento. Siamo in guerra, la prima guerra globale del terzo millennio. Non ci sono le bombe e non ci sono i morti (anche se di questo non si può essere certi), ma si usano armi diverse come il denaro e la speculazione, per mettere in ginocchio le nazioni più deboli. “Seguiamo i listini di borsa come io seguivo da giovane i bollettini di guerra, con le stesse ansie e gli stessi timori. Avanzavamo, arretravamo, perdevamo questa o quella città”. E oggi con la stessa ansia tutti ascoltano le notizie dalla Banca Centrale Europea, stato maggiore di un nuovo esercito preso a elaborare piani difensivi per evitare il crollo. La differenza di fondo con una guerra tradizionale è che qui non si sa chi sia il vero nemico, chi c’è davvero dietro. Ma, come spesso accade in situazioni critiche, l’umanità tende a reagire e a dare un senso ai rapporti tra gli uomini. “E allora, chi vi dice che non ne verrà un gran bene?”.

 

Pochi lunghi secondi di silenzio e parte un applauso spontaneo, liberatorio, anche da parte di quelli che avevano già letto questo suo pensiero in un articolo uscito, mi pare, su Il sole 24 ore.

 

Giancarlo De Cataldo interviene e consegna il doblone Brasher, lamentandone le ridotte dimensioni: “una volta che consegno un premio, poteva essere una targa da tre metri quadri?”. Ma sorride e lo fa anche il Maestro, dispiaciuto di non avergli a sua volta potuto consegnare non so quale premio in Regione Lazio qualche settimana prima. De Cataldo lo informa: “alla fine me lo ha dato la Polverini…”. Lui risponde con un sorriso malizioso: “Allora sono ancora più dispiaciuto per te…”.

 

E’ affaticato e si vede. Quasi dimentica di aprire il premio, ma ripara. Lo osserva con attenzione e apprezzamento.  Saluti finali e tutti si alzano.

 

Vorrei farmi autografare la mia copia de Il birraio di Preston e vorrei regalargli il mio romanzo, su cui imbastisco una dedica veloce: ad Andrea Camilleri, grazie per le storie, grazie per le parole. Ma devo scegliere tra le due cose. Non c’è tempo, è già in piedi e non ci resterà per molto, influenzato e stanco com’è. Così mi limito a fermarlo un istante: "Maestro, posso offrirle un piccolo dono?". E lui: "con piacere, grazie", e sembra anche sincero.

 

La mia diligente accompagnatrice, improvvisata fotografa, immortala il momento in cui mi guarda come se avessi enormi orecchie verdi. Mi piacerebbe sapere che sta pensando.

 

Se ne va. Lo seguo fuori tra gli altri per vedere se si accende la sigaretta che avrei tanto voluto scroccargli (dopo un'ora senza, doveva averne una voglia…) e soprattutto in quale cestino butta il mio prezioso libro autografato.

 

Non fa nessuna delle due cose, ma a essere onesto stava salendo in taxi e in giro non c'erano cestini: si vede che è una persona civile.

 

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[1] Sciascia, nel suo “Occhio di capra”, racconta che all'inizio della seconda guerra mondiale un giornalista aveva chiesto ad un mendicante cieco davanti alla chiesa di un piccolo paese del sud della Sicilia che cosa ne pensava dell'entrata in guerra dell'Italia. Il cieco rispose: “Nonostante sia cieco, la vedo nera”. Ancora oggi questa frase viene usata quando c'è un assoluto pessimismo riguardo all'evolversi di una certa situazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

Nicola Cirillo

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