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Diego De Silva: emozioni e contrari

Visite: 2456 Creato Domenica, 11 Novembre 2012 16:18 Comment count:

Qualche settimana fa sono andato a una mostra fotografica per incontrare un’amica. Lei è provvista di una  voce splendida che usa in modo affascinante.

 

Volevo farle una proposta che avrebbe coinvolto proprio questa sua dote, quando lei mi dice che sta organizzando una serie di interviste-reading con scrittori campani.  Alla libreria Edicolé di Eboli Milva Carrozza, così si chiama, leggerà dei brani dalle ultime uscite di Peppe Lanzetta,  Patrizia Rinaldi, Diego De Silva e Maurizio De Giovanni e intervisterà gli autori. Nientedimeno.

 

Colpito dal livello degli scrittori che è riuscita a mettere insieme le prometto la mia presenza costante e passo a raccontarle del mio progetto. Vorrei partecipasse alla produzione dell’audiolibro di un mio lavoro, leggendone una delle parti più importanti. Lei ci sta. Prendiamo accordi di vederci a queste sue interviste per i dettagli.

Poi, come mi capita più frequentemente di quanto vorrei, non rispetto l’impegno preso e salto i primi due appuntamenti.

 

Ma il 9 novembre non potevo perdere Diego De Silva. Potrei dire che, essendo (lui) uno scrittore salernitano, ho una particolare attenzione per il suo lavoro, o potrei millantare, come molti lettori amano fare, che lo seguo “da quando non era ancora” Diego De Silva.

E invece confesso che non sapevo chi fosse fino a circa due anni fa, quando un amico comune mi disse che il mio modo di scrivere glielo ricordava. Comprai allora alcuni dei suoi libri ripromettendomi di capire il legame, ma non li avevo ancora letti fino a qualche settimana fa.

Mi metto quindi di buona lena per non fare figuracce al reading  (a volte in queste occasioni si è tristemente pochi il che espone l’ignoranza in maniera imbarazzante) e studio quello che ho, documentandomi su quanto ancora non ho letto. Ma il tempo è poco e faccio quello che posso, sentendomi come prima di una interrogazione in cui speri nel cinque meno meno.

Prendo i testi che Milva dovrebbe leggere per me e una copia del mio libro per lasciargliela come riferimento ma, ovviamente, dimentico i libri di De Silva sul tavolo della mia cucina. Stasera, niente autografi.

Mi era passato per la mente di portare una copia del mio libro anche a lui,  per consumare la mia tradizione, ma alcune persone che lo conoscono me lo hanno descritto come un egocentrico antipatico, presuntuoso e con un colossale complesso di superiorità, uno che di certo non avrebbe gradito il gesto. Cerco di evitare di confezionarmi un pregiudizio (che per la verità non è sconfessato quanto ho finora letto), ma, a scanso di incidenti, lascio perdere.

 

Quando arrivo è già tutto pronto ma nessuna traccia di Milva né di De Silva. Vado a prendere un caffè e li vedo a un tavolino con altra gente. Il pregiudizio contro cui combatto spinge quindi prendo il mio caffè e vado via senza disturbarli, chiedendomi dov’è finito il cronista d’assalto fasullo che sono stato in altre occasioni.

Non siamo così pochi per fortuna e trovo posto in seconda fila, protetto dai primi, come a scuola. Poco dopo arrivano tutti e l’intervista ha inizio.

 

Il suo “Sono contrario alle emozioni”, letto davvero con troppa fretta, mi ha lasciato alcune immagini forti. Mi sorprende un incredibile saggio in quattro pagine con l’apologia di Raffaella Carrà come icona pop e come eclettico personaggio in grado di cantare di promiscuità, sottomissione femminile e contemporaneamente parlare con topo Gigio. Ma a leggere quei testi, che De Silva cita a memoria, finisco per condividerlo.

Nei suoi X-files, domande poco impegnative su cui si arrovella, esplode “Tagliarsi la lingua leccando una busta” in cui la busta per lettere soltanto adesiva, e non auto-adesiva come le più moderne, “chiede una prestazione impegnativa per svolgere il proprio compito. «Baciami, - dice, - e non aprirò a nessuno»”. Non credo al caso e quando scopro che Milva sceglie questo pezzo tra quelli destinati al reading, capisco che abbiamo trovato qualcosa di bello. E penso “che culo, la sapevo”. Potrei fare qualche domanda, ma mi bullo solo con la mia vicina, anticipando di qualche istante la battuta con il fare di uno che conosce tutto il libro a memoria, tutti i suoi libri, o tutti i libri mai scritti. Lei mi guarda e sposta un po’ la sedia più in là in un gesto chiaro che non approfondisco. Niente autografi e niente acchiappanza.

 

Diego ce ne racconta quattro e sembra simpatico. Da quello che dice e dai compiti che ho raffazzonato a casa, riaffiora un confronto che ho visto ovvio quanto il più classico Pascoli-Leopardi: l’uso quasi ossessivo della prima persona, persino nei titoli (“Sono contrario alle emozioni”, “Non avevo capito niente”, “Mia suocera beve”), che fa sospettare autobiografismo più sfacciato di quanto abbia voglia di confessare (chiedo scusa alla suocera), lo scrivere a sprazzi,  come in un diario disordinato, che chiede al lettore di leggere qualche decina di pagine prima di capire che sta parlando l’avvocato Malinconico, e infine l’ironia salace che pervade i suoi scritti mi ricordano molto Jerome K. Jerome, in particolare nei suoi “Pensieri oziosi di un ozioso”.

Proprio su una domanda di Milva, Diego ci parla del suo rapporto con l’ironia, chiave comica di una realtà “viva”, e il sarcasmo, quasi ironia tardiva, “sul cadavere”, maligna e inutile manifestazione di trionfo sul caduto. Come l’eros e il porno, inizia l’uno quando l’altro muore. Lo trovo un efficace e incrociato rapporto tra due grandi piaceri della vita: il riso e il sesso.

Milva prova a gestirlo ma è incontenibile e le stravolge la scaletta. Parla di attualità politica e letteratura, di musica e di altra filosofia “da garage”. E non annoia.

Il mio pregiudizio, un po’ in affanno, reclama un suo ruolo. Penso. Non lo so, non mi pare più egocentrico e presuntuoso della media degli scrittori affermati. Complesso di superiorità… probabilmente se glielo chiedeste lo negherebbe dicendo “io sono superiore, non è che mi ci sento e basta”. E in parte vi starebbe prendendo per il culo.

 

Quando tutto finisce aspetto Milva per parlarle del mio, ormai nostro, progetto. Spesso dice che siamo una squadra e per questa formula, per questa immagine, non le sarò mai abbastanza grato. Diego intanto firma autografi e sembra non esserne troppo seccato, abbattendo così gli ultimi residui di un pregiudizio mai stato davvero in gara.

Passo il materiale a Milva e il libro che le ho portato. Lei mi dice che il libro ce l’ha già e voltandosi a sorpresa verso Diego fa “perché non lo diamo a lui?” e, prima che abbia il tempo di fermarla, lei mi ha già presentato come uno scrittore (!) e gli ha mollato il libro. Non mi resta che annuire e fare il simpatico “E’ un regalo riciclato, sai. L’avevo portato per lei e non l’ha voluto”.

Pessima mossa, mi dico, mentre in un’allucinazione vivida lo vedo buttare il mio libro nella raccolta della carta e mentre il pregiudizio, pur moribondo, sembra ringalluzzirsi intravedendo la possibilità di farsi strada, in Diego stavolta. E forse ce la fa. Quando infatti legge il titolo, che richiama la musica, sembra voler chiedere altro, ma si vede che ha paura che glielo racconti tutto, parola per parola. Così lo ringrazio e lo lascio uscire a fumare.

Saluto Milva mentre il proprietario della libreria  mi invita a cena con l’autore. Declino per un altro impegno, ma più ancora per non accrescere la mia collezione di figuracce.

 

Il bilancio della serata precipita : niente autografi, niente acchiappanza e niente cena.

Meno male che almeno ho visto Milva.

 

 

 

 

foto: Francesca Massa

Pubblicato su TiscaliNotizie

 

 

 

 

 

 

Volevo farle una proposta che avrebbe coinvolto proprio questa sua dote, quando lei mi dice che sta organizzando una serie di interviste-reading con scrittori campani.  Alla libreria Edicolé di Eboli Milva Carrozza, così si chiama, leggerà dei brani dalle ultime uscite di Peppe Lanzetta,  Patrizia Rinaldi, Diego De Silva e Maurizio De Giovanni e intervisterà gli autori. Nientedimeno.

 

Colpito dal livello degli scrittori che è riuscita a mettere insieme le prometto la mia presenza costante e passo a raccontarle del mio progetto. Vorrei partecipasse alla produzione dell’audiolibro di un mio lavoro, leggendone una delle parti più importanti. Lei ci sta. Prendiamo accordi di vederci a queste sue interviste per i dettagli.

Poi, come mi capita più frequentemente di quanto vorrei, non rispetto l’impegno preso e salto i primi due appuntamenti.

 

Ma il 9 novembre non potevo perdere Diego De Silva. Potrei dire che, essendo (lui) uno scrittore salernitano, ho una particolare attenzione per il suo lavoro, o potrei millantare, come molti lettori amano fare, che lo seguo “da quando non era ancora” Diego De Silva.

E invece confesso che non sapevo chi fosse fino a circa due anni fa, quando un amico comune mi disse che il mio modo di scrivere glielo ricordava. Comprai allora alcuni dei suoi libri ripromettendomi di capire il legame, ma non li avevo ancora letti fino a qualche settimana fa.

Mi metto quindi di buona lena per non fare figuracce al reading  (a volte in queste occasioni si è tristemente pochi il che espone l’ignoranza in maniera imbarazzante) e studio quello che ho, documentandomi su quanto ancora non ho letto. Ma il tempo è poco e faccio quello che posso, sentendomi come prima di una interrogazione in cui speri nel cinque meno meno.

Prendo i testi che Milva dovrebbe leggere per me e una copia del mio libro per lasciargliela come riferimento ma, ovviamente, dimentico i libri di De Silva sul tavolo della mia cucina. Stasera, niente autografi.

Mi era passato per la mente di portare una copia del mio libro anche a lui,  per consumare la mia tradizione, ma alcune persone che lo conoscono me lo hanno descritto come un egocentrico antipatico, presuntuoso e con un colossale complesso di superiorità, uno che di certo non avrebbe gradito il gesto. Cerco di evitare di confezionarmi un pregiudizio (che per la verità non è sconfessato quanto ho finora letto), ma, a scanso di incidenti, lascio perdere.

 

Quando arrivo è già tutto pronto ma nessuna traccia di Milva né di De Silva. Vado a prendere un caffè e li vedo a un tavolino con altra gente. Il pregiudizio contro cui combatto spinge quindi prendo il mio caffè e vado via senza disturbarli, chiedendomi dov’è finito il cronista d’assalto fasullo che sono stato in altre occasioni.

Non siamo così pochi per fortuna e trovo posto in seconda fila, protetto dai primi, come a scuola. Poco dopo arrivano tutti e l’intervista ha inizio.

 

Il suo “Sono contrario alle emozioni”, letto davvero con troppa fretta, mi ha lasciato alcune immagini forti. Mi sorprende un incredibile saggio in quattro pagine con l’apologia di Raffaella Carrà come icona pop e come eclettico personaggio in grado di cantare di promiscuità, sottomissione femminile e contemporaneamente parlare con topo Gigio. Ma a leggere quei testi, che De Silva cita a memoria, finisco per condividerlo.

Nei suoi X-files, domande poco impegnative su cui si arrovella, esplode “Tagliarsi la lingua leccando una busta” in cui la busta per lettere soltanto adesiva, e non auto-adesiva come le più moderne, “chiede una prestazione impegnativa per svolgere il proprio compito. «Baciami, - dice, - e non aprirò a nessuno»”. Non credo al caso e quando scopro che Milva sceglie questo pezzo tra quelli destinati al reading, capisco che abbiamo trovato qualcosa di bello. E penso “che culo, la sapevo”. Potrei fare qualche domanda, ma mi bullo solo con la mia vicina, anticipando di qualche istante la battuta con il fare di uno che conosce tutto il libro a memoria, tutti i suoi libri, o tutti i libri mai scritti. Lei mi guarda e sposta un po’ la sedia più in là in un gesto chiaro che non approfondisco. Niente autografi e niente acchiappanza.

 

Diego ce ne racconta quattro e sembra simpatico. Da quello che dice e dai compiti che ho raffazzonato a casa, riaffiora un confronto che ho visto ovvio quanto il più classico Pascoli-Leopardi: l’uso quasi ossessivo della prima persona, persino nei titoli (“Sono contrario alle emozioni”, “Non avevo capito niente”, “Mia suocera beve”), che fa sospettare autobiografismo più sfacciato di quanto abbia voglia di confessare (chiedo scusa alla suocera), lo scrivere a sprazzi,  come in un diario disordinato, che chiede al lettore di leggere qualche decina di pagine prima di capire che sta parlando l’avvocato Malinconico, e infine l’ironia salace che pervade i suoi scritti mi ricordano molto Jerome K. Jerome, in particolare nei suoi “Pensieri oziosi di un ozioso”.

Proprio su una domanda di Milva, Diego ci parla del suo rapporto con l’ironia, chiave comica di una realtà “viva”, e il sarcasmo, quasi ironia tardiva, “sul cadavere”, maligna e inutile manifestazione di trionfo sul caduto. Come l’eros e il porno, inizia l’uno quando l’altro muore. Lo trovo un efficace e incrociato rapporto tra due grandi piaceri della vita: il riso e il sesso.

Milva prova a gestirlo ma è incontenibile e le stravolge la scaletta. Parla di attualità politica e letteratura, di musica e di altra filosofia “da garage”. E non annoia.

Il mio pregiudizio, un po’ in affanno, reclama un suo ruolo. Penso. Non lo so, non mi pare più egocentrico e presuntuoso della media degli scrittori affermati. Complesso di superiorità… probabilmente se glielo chiedeste lo negherebbe dicendo “io sono superiore, non è che mi ci sento e basta”. E in parte vi starebbe prendendo per il culo.

 

Quando tutto finisce aspetto Milva per parlarle del mio, ormai nostro, progetto. Spesso dice che siamo una squadra e per questa formula, per questa immagine, non le sarò mai abbastanza grato. Diego intanto firma autografi e sembra non esserne troppo seccato, abbattendo così gli ultimi residui di un pregiudizio mai stato davvero in gara.

Passo il materiale a Milva e il libro che le ho portato. Lei mi dice che il libro ce l’ha già e voltandosi a sorpresa verso Diego fa “perché non lo diamo a lui?” e, prima che abbia il tempo di fermarla, lei mi ha già presentato come uno scrittore (!) e gli ha mollato il libro. Non mi resta che annuire e fare il simpatico “E’ un regalo riciclato, sai. L’avevo portato per lei e non l’ha voluto”.

Pessima mossa, mi dico, mentre in un’allucinazione vivida lo vedo buttare il mio libro nella raccolta della carta e mentre il pregiudizio, pur moribondo, sembra ringalluzzirsi intravedendo la possibilità di farsi strada, in Diego stavolta. E forse ce la fa. Quando infatti legge il titolo, che richiama la musica, sembra voler chiedere altro, ma si vede che ha paura che glielo racconti tutto, parola per parola. Così lo ringrazio e lo lascio uscire a fumare.

Saluto Milva mentre il proprietario della libreria  mi invita a cena con l’autore. Declino per un altro impegno, ma più ancora per non accrescere la mia collezione di figuracce.

 

Il bilancio della serata precipita : niente autografi, niente acchiappanza e niente cena.

Meno male che almeno ho visto Milva.

 

 

 

 

foto: Francesca Massa

Pubblicato su TiscaliNotizie

 

 

 

 

 

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