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Maurizio De Giovanni racconta il commissario Ricciardi, l’uomo senza telecomando

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Alla fine ce l’ho fatta. Vincendo pigrizia e avversità varie, venerdì sera sono riuscito a raggiungere Milva Carrozza a Eboli per la quarta e ultima serata di “Autunno in Edicolé”, la rassegna di autori campani da lei organizzata.

Dopo Peppe Lanzetta, Patrizia Rinaldi e Diego De Silva, doveva intervistare Maurizio De Giovanni. Era meno tesa del solito e quando le ho chiesto perché mi ha detto che Maurizio era praticamente un “pezzo di pane” (definizione mia), una persona simpatica e alla mano, dalla disponibilità infinita. Non è che non le abbia creduto, ma ho attribuito la sua valutazione all’entusiasmo e alla passione che tipicamente mette nelle cose che fa. Ricordo che ha definito me un grande scrittore e da allora, quando esagera, un dubbio mi pervade.

Aspettiamo l’arrivo dell’autore mentre Giuseppe Avigliano, giovane ma intraprendente libraio, ci fa sapere che ha avuto in anteprima nazionale, martellando la sede di Einaudi a Torino, 50 copie di  “Vipera”, l’ultimo lavoro dell’autore, che sarebbe uscito solo il giorno dopo. La cosa non dispiace a nessuno, a parte Milva, che si era preparata a presentare “il metodo del coccodrillo” e che ha ancora una volta la scaletta sconvolta.

Non resisto e lo compro. Non è per me, ma è un segno di gratitudine per Giosuè, l’amico che alcuni mesi fa mi ha presentato “Il senso del dolore”, il primo romanzo di Maurizio De Giovanni. Me lo ha regalato con l’avviso, conoscendo la mia ritrosia per il fantasy e il paranormale, che conteneva un elemento di questo genere ma che comunque era certo non mi avrebbe scoraggiato nella lettura. Aveva ragione.

Mentre comincio a sfogliare “Vipera”, arriva l’ospite della serata. Le non poche persone presenti trovano posto. Io mi siedo in prima fila: stavolta, avendo letto alcuni romanzi con il commissario Ricciardi, mi sento un po’ più preparato.

Maurizio comincia col sedersi sui braccioli di due poltrone per favorire quelli seduti più dietro. Nonostante la cosa imbarazzi la conduttrice, che non sa più se sedersi o restare in piedi, ci fa sorridere tutti e offre un primo impatto che tende a confermare l’opinione di Milva.

Prende la parola e comincia a raccontare un episodio in cui, durante una presentazione alla Feltrinelli di Napoli deve combattere con due autori, di cui ci offre un’immagine non lusinghiera ma tanto divertente, che gli fanno domande tipo “la disturba essere meno conosciuto del suo commissario Ricciardi?” oppure “Crede di essere in grado di scrivere qualcosa ambientato in tempi più attuali degli anni ’30?”. Per quanto creda al suo racconto, qualcosa mi dice che sta segnalando le domande sgradevoli che non vorrebbe gli fossero rivolte, né stasera né in futuro. Considerato che però risponde, forse mi sbaglio. No, non è dispiaciuto che Ricciardi sia più noto di lui, considerato che è Ricciardi che il pubblico conosce. Anzi lo trova normale e, ovviamente, ne è felice. Alla seconda domanda hanno risposto i tanti che hanno poi comprato e apprezzato “Il metodo del coccodrillo”, ambientato negli anni ’90, che ha concepito quasi come reazione a quella serata.

Qualche battuta e poi tocca il tema del “fatto”, come lo chiama il commissario Ricciardi. Il “fatto” di cui nessuno, a parte i numerosi lettori di De Giovanni, deve sapere è che Ricciardi sente le voci dei morti. Semplicemente. Una strana iniezione di paranormale in un genere, il giallo, che è il più concreto, il più legato ai fatti, alle prove, al tangibile. La quintessenza dell’iperrealismo. Pure, senza saper spiegare il perché, il lettore si accorge che la caratteristica più evidente del protagonista, il suo segno distintivo, non turba la trama e non stravolge il genere.

Ma se il lettore non se lo spiega, ci pensa l’autore. Sottolineando che i messaggi che arrivano al commissario quasi mai lo aiutano a risolvere il mistero, quando non lo depistano, illustra la dote paranormale di Ricciardi come la metafora della compassione, qualità sempre più rara in un mondo governato dal telecomando, che consente all’uomo comune di cambiare canale quando la realtà virtuale della televisione lo mette a disagio. Ricciardi è un uomo senza telecomando, che prova (che forse è costretto a provare) compassione e quindi partecipa al dolore, ne conosce il senso che offre il titolo al primo romanzo.

Milva annuncia l’anteprima nazionale di “Vipera” e De Giovanni ne legge le prime due pagine. Quando arriva all’ultima riga tutti sono sorpresi, persino io che le avevo già lette solo qualche minuto prima. Chi vuole sapere perché, compri il libro. Posso solo dire che, se il buon libro si vede dall’incipit, la tiratura iniziale sarà decisamente insufficiente.

Poi si passa alle cose serie. L’autore racconta di come, per aiutare gli sfollati de L’Aquila, è gli stato chiesto un ricordo del terremoto vissuto, a lui come ad altri autori provenienti da zone colpite in passato da un sisma. Qualcosa però che fosse leggero, che restituisse speranza più che strazio o compassione. Lui scrive, sul terremoto del novembre del 1980 in Campania,  quattro risposte alla domanda “cosa ricorda di quei momenti?”, immaginando (ma nemmeno troppo, dato che sono tratte da storie vere) a rispondere quattro straordinari esempi di vita, ciascuno dei quali conferisce al popolo napoletano una caratteristica mescolanza vizio-virtù che solo pochi popoli al mondo sanno offrire.

In pochi minuti riso e lacrime si alternano sui volti più sensibili. Io faccio il duro e il professionale, ma quando un vecchietto in un bar attribuisce il tremore delle pareti a una traversa che Brady colpisce in Juventus-Inter a Torino, che Rai Due sta mandando, per di più in differita, ho grande difficoltà a trattenere una grassa risata. Niente in confronto alle difficoltà, sull’ultimo racconto, a trattenere la commozione per una storia che sembra turbare la lettura dello stesso autore.

Dopo i progetti per il futuro, due seguiti del “coccodrillo” nel 2013 e altri due romanzi con Ricciardi  che completano il ciclo delle “festività” nel 2014, ci ringrazia per essere venuti per aver accorciato con la nostra presenza il tubo tra scrittore e lettore attraverso cui fluiscono le parole.

Io intanto sto preparando i libri che stavolta non ho dimenticato e mi metto in fila per l’autografo di rito. Lui firma e sorride a tutti. Quando arrivo gli porgo per primo “Vipera” e gli dico brevemente che è per ringraziare un amico che mi ha fatto conoscere Ricciardi. Lui mi dice che deve essere lui a ringraziarlo. Scrive “A Giosuè, GRAZIE!” e firma. Aspetto da quel momento di vedere la faccia di Giosuè quando leggerà la dedica. Spero non legga questo articolo prima.

Ma non è ancora finita. Milva ha deciso di perpetrare la tradizione che volevo abbandonare (mollare il mio “capolavoro” a tutti i personaggi che incontro, nella vana speranza che lo leggano), e me lo fa capire con un brusco “dove vai?” quando tento di salutarla. Mi trascina al cospetto di Maurizio e gli fa “Nicola ti ha portato una cosa”. Poi mi guarda coma a dire “..e muòviti!”. Così gli offro l’omaggio, vergognandomi molto, ma mai quanto mi vergogno nel momento in cui lui mi chiede di fargli un autografo. Quasi mi rifiuto ma il suo sorriso franco mi induce a pensare che ci tiene davvero o che è anche un ottimo attore.

Scrivo “A…” e poi mi fermo a pensare a qualcosa di originale. Davanti alla mia indecisione, credendo che invece avessi dimenticato il nome, lui mi fa “…Maurizio” e tutti ridono, per un motivo o per l’altro. Infine mi garantisce che lo leggerà e che mi farà sapere che ne pensa.

Non credo che lo farà ma apprezzo molto che lo abbia detto. In fondo Milva aveva ragione: è un pezzo di pane, quello buono.

 

Pubblicato su TiscaliNotizie

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo Peppe Lanzetta, Patrizia Rinaldi e Diego De Silva, doveva intervistare Maurizio De Giovanni. Era meno tesa del solito e quando le ho chiesto perché mi ha detto che Maurizio era praticamente un “pezzo di pane” (definizione mia), una persona simpatica e alla mano, dalla disponibilità infinita. Non è che non le abbia creduto, ma ho attribuito la sua valutazione all’entusiasmo e alla passione che tipicamente mette nelle cose che fa. Ricordo che ha definito me un grande scrittore e da allora, quando esagera, un dubbio mi pervade.

Aspettiamo l’arrivo dell’autore mentre Giuseppe Avigliano, giovane ma intraprendente libraio, ci fa sapere che ha avuto in anteprima nazionale, martellando la sede di Einaudi a Torino, 50 copie di  “Vipera”, l’ultimo lavoro dell’autore, che sarebbe uscito solo il giorno dopo. La cosa non dispiace a nessuno, a parte Milva, che si era preparata a presentare “il metodo del coccodrillo” e che ha ancora una volta la scaletta sconvolta.

Non resisto e lo compro. Non è per me, ma è un segno di gratitudine per Giosuè, l’amico che alcuni mesi fa mi ha presentato “Il senso del dolore”, il primo romanzo di Maurizio De Giovanni. Me lo ha regalato con l’avviso, conoscendo la mia ritrosia per il fantasy e il paranormale, che conteneva un elemento di questo genere ma che comunque era certo non mi avrebbe scoraggiato nella lettura. Aveva ragione.

Mentre comincio a sfogliare “Vipera”, arriva l’ospite della serata. Le non poche persone presenti trovano posto. Io mi siedo in prima fila: stavolta, avendo letto alcuni romanzi con il commissario Ricciardi, mi sento un po’ più preparato.

Maurizio comincia col sedersi sui braccioli di due poltrone per favorire quelli seduti più dietro. Nonostante la cosa imbarazzi la conduttrice, che non sa più se sedersi o restare in piedi, ci fa sorridere tutti e offre un primo impatto che tende a confermare l’opinione di Milva.

Prende la parola e comincia a raccontare un episodio in cui, durante una presentazione alla Feltrinelli di Napoli deve combattere con due autori, di cui ci offre un’immagine non lusinghiera ma tanto divertente, che gli fanno domande tipo “la disturba essere meno conosciuto del suo commissario Ricciardi?” oppure “Crede di essere in grado di scrivere qualcosa ambientato in tempi più attuali degli anni ’30?”. Per quanto creda al suo racconto, qualcosa mi dice che sta segnalando le domande sgradevoli che non vorrebbe gli fossero rivolte, né stasera né in futuro. Considerato che però risponde, forse mi sbaglio. No, non è dispiaciuto che Ricciardi sia più noto di lui, considerato che è Ricciardi che il pubblico conosce. Anzi lo trova normale e, ovviamente, ne è felice. Alla seconda domanda hanno risposto i tanti che hanno poi comprato e apprezzato “Il metodo del coccodrillo”, ambientato negli anni ’90, che ha concepito quasi come reazione a quella serata.

Qualche battuta e poi tocca il tema del “fatto”, come lo chiama il commissario Ricciardi. Il “fatto” di cui nessuno, a parte i numerosi lettori di De Giovanni, deve sapere è che Ricciardi sente le voci dei morti. Semplicemente. Una strana iniezione di paranormale in un genere, il giallo, che è il più concreto, il più legato ai fatti, alle prove, al tangibile. La quintessenza dell’iperrealismo. Pure, senza saper spiegare il perché, il lettore si accorge che la caratteristica più evidente del protagonista, il suo segno distintivo, non turba la trama e non stravolge il genere.

Ma se il lettore non se lo spiega, ci pensa l’autore. Sottolineando che i messaggi che arrivano al commissario quasi mai lo aiutano a risolvere il mistero, quando non lo depistano, illustra la dote paranormale di Ricciardi come la metafora della compassione, qualità sempre più rara in un mondo governato dal telecomando, che consente all’uomo comune di cambiare canale quando la realtà virtuale della televisione lo mette a disagio. Ricciardi è un uomo senza telecomando, che prova (che forse è costretto a provare) compassione e quindi partecipa al dolore, ne conosce il senso che offre il titolo al primo romanzo.

Milva annuncia l’anteprima nazionale di “Vipera” e De Giovanni ne legge le prime due pagine. Quando arriva all’ultima riga tutti sono sorpresi, persino io che le avevo già lette solo qualche minuto prima. Chi vuole sapere perché, compri il libro. Posso solo dire che, se il buon libro si vede dall’incipit, la tiratura iniziale sarà decisamente insufficiente.

Poi si passa alle cose serie. L’autore racconta di come, per aiutare gli sfollati de L’Aquila, è gli stato chiesto un ricordo del terremoto vissuto, a lui come ad altri autori provenienti da zone colpite in passato da un sisma. Qualcosa però che fosse leggero, che restituisse speranza più che strazio o compassione. Lui scrive, sul terremoto del novembre del 1980 in Campania,  quattro risposte alla domanda “cosa ricorda di quei momenti?”, immaginando (ma nemmeno troppo, dato che sono tratte da storie vere) a rispondere quattro straordinari esempi di vita, ciascuno dei quali conferisce al popolo napoletano una caratteristica mescolanza vizio-virtù che solo pochi popoli al mondo sanno offrire.

In pochi minuti riso e lacrime si alternano sui volti più sensibili. Io faccio il duro e il professionale, ma quando un vecchietto in un bar attribuisce il tremore delle pareti a una traversa che Brady colpisce in Juventus-Inter a Torino, che Rai Due sta mandando, per di più in differita, ho grande difficoltà a trattenere una grassa risata. Niente in confronto alle difficoltà, sull’ultimo racconto, a trattenere la commozione per una storia che sembra turbare la lettura dello stesso autore.

Dopo i progetti per il futuro, due seguiti del “coccodrillo” nel 2013 e altri due romanzi con Ricciardi  che completano il ciclo delle “festività” nel 2014, ci ringrazia per essere venuti per aver accorciato con la nostra presenza il tubo tra scrittore e lettore attraverso cui fluiscono le parole.

Io intanto sto preparando i libri che stavolta non ho dimenticato e mi metto in fila per l’autografo di rito. Lui firma e sorride a tutti. Quando arrivo gli porgo per primo “Vipera” e gli dico brevemente che è per ringraziare un amico che mi ha fatto conoscere Ricciardi. Lui mi dice che deve essere lui a ringraziarlo. Scrive “A Giosuè, GRAZIE!” e firma. Aspetto da quel momento di vedere la faccia di Giosuè quando leggerà la dedica. Spero non legga questo articolo prima.

Ma non è ancora finita. Milva ha deciso di perpetrare la tradizione che volevo abbandonare (mollare il mio “capolavoro” a tutti i personaggi che incontro, nella vana speranza che lo leggano), e me lo fa capire con un brusco “dove vai?” quando tento di salutarla. Mi trascina al cospetto di Maurizio e gli fa “Nicola ti ha portato una cosa”. Poi mi guarda coma a dire “..e muòviti!”. Così gli offro l’omaggio, vergognandomi molto, ma mai quanto mi vergogno nel momento in cui lui mi chiede di fargli un autografo. Quasi mi rifiuto ma il suo sorriso franco mi induce a pensare che ci tiene davvero o che è anche un ottimo attore.

Scrivo “A…” e poi mi fermo a pensare a qualcosa di originale. Davanti alla mia indecisione, credendo che invece avessi dimenticato il nome, lui mi fa “…Maurizio” e tutti ridono, per un motivo o per l’altro. Infine mi garantisce che lo leggerà e che mi farà sapere che ne pensa.

Non credo che lo farà ma apprezzo molto che lo abbia detto. In fondo Milva aveva ragione: è un pezzo di pane, quello buono.

 

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