Roberto Vecchioni: ho incontrato uno scrittore

Visite: 1699 Creato Domenica, 19 Giugno 2011 11:29 Comment count:

Venerdì sera lo Spi-Cgil ha offerto a Salerno il concerto di Roberto Vecchioni. Dovevo andarci, ma me ne ero dimenticato. Così, all’ultimo momento, un amico mi chiama e me lo ricorda. Quasi ci rinuncio, ma poi mi dico che ne vale la pena. Forse può essere un’occasione per incontrarlo e dirgli che lo trovo un ottimo cantautore, ma nulla in confronto allo straordinario scrittore che penso che sia. L’amico è ancora al telefono e mi chiede lumi. E’ un uomo di buone letture ma non aveva mai saputo che Vecchioni scriveva altro oltre le canzoni.

Arrivo appena in tempo per vederlo salire sul palco e iniziare il concerto. Molti pezzi nuovi, come suo solito bene introdotti, poche ma taglienti battutine a sfondo politico e impronta forte della scaletta sulle donne e sul profondo rispetto per la loro superiorità.  Bel concerto, non una comparsata per la festa con pochi pezzi e scarso impegno. Si lavora la piazza colma di gente con l’abituale maestria e si guadagna ogni applauso con la diligenza del professionista.

A metà concerto trova anche il modo, come spesso sta facendo di recente, per giustificare la sua insolita presenza a Sanremo, occasione in cui la vittoria ha messo a tacere la pioggia di critiche che ci sarebbe stata fosse arrivato penultimo. Passano alcuni classici e chiude con “Luci a San Siro”  e “Samarcanda”, “relegate” al ruolo di bis.

Non è disponibile a incontrarci, messaggio che arriva puntuale per ridurre la folla ai soli irriducibili disposti ad aspettare. Io aspetto. Quando siamo rimasti in pochi aprono il camper e lasciano entrare uno alla volta per due parole, un autografo, una foto. C’è chi chiama qualcuno al telefono e glielo passa per un susseguirsi di imbarazzi e nonsochedire. Penso che deve essere davvero dura per lui, ma fa buon viso. Quasi riesce a nascondere la stanchezza e prostrazione dietro un sorriso, che certo non vorrebbe falso come sembra a me tra un’apertura di porta e l’altra.

Tocca a me che quasi non me ne accorgo. Entro e stringo la mano al professore. Non gli faccio perdere tempo, sono là per dirgli che mi piace quello che scrive e per fargli un autografo. Io un autografo a lui, con mastodontica immodestia. Non sembra capire finché non vede la dedica sul libro che gli ho portato. Una cosa che ho scritto e in cui trova una citazione a “Le parole non le portano le cicogne”, un suo romanzo del 2000. Una etimologia della parola “desiderio”: da “de” che starebbe per “giù da”, e “sidera” che sono le stelle; chiedere che dalle stelle scenda qualcosa che si brama.

Si dice lusingato che io sia un suo lettore prima e più che un suo ascoltatore; forse è grato per la mia riconoscenza, sentita quanto non scontata, o forse ho solleticato più profondamente la naturale vanità dell’artista. Il sorriso che mi fa appare più genuino e, per un attimo, la stanchezza scompare. Ma di certo è solo la mia illusione di essere stato diverso da quelli con macchina fotografica e telefonino.  Non lo sono, invece, e vorrei davvero una sua foto mentre accetta il mio libro. 

Ma decido di lasciarlo, e lasciare che la foto resti un “desiderio”.

Arrivo appena in tempo per vederlo salire sul palco e iniziare il concerto. Molti pezzi nuovi, come suo solito bene introdotti, poche ma taglienti battutine a sfondo politico e impronta forte della scaletta sulle donne e sul profondo rispetto per la loro superiorità.  Bel concerto, non una comparsata per la festa con pochi pezzi e scarso impegno. Si lavora la piazza colma di gente con l’abituale maestria e si guadagna ogni applauso con la diligenza del professionista.

A metà concerto trova anche il modo, come spesso sta facendo di recente, per giustificare la sua insolita presenza a Sanremo, occasione in cui la vittoria ha messo a tacere la pioggia di critiche che ci sarebbe stata fosse arrivato penultimo. Passano alcuni classici e chiude con “Luci a San Siro”  e “Samarcanda”, “relegate” al ruolo di bis.

Non è disponibile a incontrarci, messaggio che arriva puntuale per ridurre la folla ai soli irriducibili disposti ad aspettare. Io aspetto. Quando siamo rimasti in pochi aprono il camper e lasciano entrare uno alla volta per due parole, un autografo, una foto. C’è chi chiama qualcuno al telefono e glielo passa per un susseguirsi di imbarazzi e nonsochedire. Penso che deve essere davvero dura per lui, ma fa buon viso. Quasi riesce a nascondere la stanchezza e prostrazione dietro un sorriso, che certo non vorrebbe falso come sembra a me tra un’apertura di porta e l’altra.

Tocca a me che quasi non me ne accorgo. Entro e stringo la mano al professore. Non gli faccio perdere tempo, sono là per dirgli che mi piace quello che scrive e per fargli un autografo. Io un autografo a lui, con mastodontica immodestia. Non sembra capire finché non vede la dedica sul libro che gli ho portato. Una cosa che ho scritto e in cui trova una citazione a “Le parole non le portano le cicogne”, un suo romanzo del 2000. Una etimologia della parola “desiderio”: da “de” che starebbe per “giù da”, e “sidera” che sono le stelle; chiedere che dalle stelle scenda qualcosa che si brama.

Si dice lusingato che io sia un suo lettore prima e più che un suo ascoltatore; forse è grato per la mia riconoscenza, sentita quanto non scontata, o forse ho solleticato più profondamente la naturale vanità dell’artista. Il sorriso che mi fa appare più genuino e, per un attimo, la stanchezza scompare. Ma di certo è solo la mia illusione di essere stato diverso da quelli con macchina fotografica e telefonino.  Non lo sono, invece, e vorrei davvero una sua foto mentre accetta il mio libro. 

Ma decido di lasciarlo, e lasciare che la foto resti un “desiderio”.

L'autore

Nicola Cirillo

Gender: Uomo Email: cinico@cinicoweb.it

Articoli correlati