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Erri De Luca: poesia, libertà e assenti ingiustificati

Visite: 2235 Creato Mercoledì, 07 Settembre 2011 11:43 Comment count:

 

Un pigro e afoso pomeriggio estivo, non diverso da quelli di questi giorni al netto del riscaldamento globale, nella stanza di uno dei miei cugini preferiti, persiane abbassate per non far entrare il caldo, in un tempo in cui i condizionatori erano esclusiva dei ricchi che allora ancora chiamavamo miliardari.

Ale mi passa questo libricino minuscolo, inserto de “Il mattino” di qualche giorno prima. Leggo il titolo e l’autore e faccio “e chi è?”. Lui mi racconta di questo muratore di lotta continua che traduce la bibbia con il suo ebraico da autodidatta e che scrive libri. Uno strano, dice, ma bravo. Sarò onesto: pensai “che palle!”.

 

Si chiama Erri De Luca (Erri senza H o Y, “io me li sono tolti questi accidenti dal nome”, dirà in un’intervista). In mano ho “Il cronista scalzo e altri scritti”. Leggo righe toccanti in una commemorazione di Giancarlo Siani non scontata che trova più di un modo elegante per non scivolare nel luogo comune. Da allora,  senza un ordine preciso, mi sono arrivati “Una nuvola come tappeto”, “Il giorno prima della felicità”, “Montedidio”, “il peso della farfalla”, “Morso di luna nuova”. 

Su tutti  gli altri “Tre cavalli”. Non una storia di culture, non d’amore tra genti, non una biografia né una storia di sangue e azione, ma tutte queste cose insieme in un equilibrio impossibile, che pure appare solido come una delle pareti rocciose che l’autore è abituato a scalare. Una scrittura densa, da non poter sorbire al volo. Le parole arrivano dalla pagina agli occhi e poi alla testa, lente come una colata lavica e quando approdano contengono e liberano la stessa energia. Non acceleri perché intuisci che potresti perdere qualcosa di quel fiume possente, e te ne guardi bene. 

Quando ho avuto la notizia che sarebbe venuto a Salerno, ospite della “Casa della Poesia” di Baronissi, mi sono informato sulla struttura e mi sono vergognato un po’. Immigrato da queste parti da ormai vent’anni, non avevo mai sentito parlare di un progetto così vivo su una attività dai più considerata estinta. 

Erri De Luca invece sembra conoscerla bene questa casa, per l’antica amicizia con Izet Sarajlić, poeta di Sarajevo che ne è stato presidente onorario fino alla sua scomparsa nel 2002. Scrive infatti: “Casa della poesia: un tetto per un'arte vagabonda che nel 1900 ha viaggiato alla deriva di esili, migrazioni, oppure nei centimetri di celle e recinzioni. Casa della poesia: suo posto è nelle strade, nelle stive, nei quaderni scritti e seppelliti tra le radici di un albero in un campo di concentramento, sulla carta di sacchi di cemento, nell' unghia una scheggia di carbone. Casa della poesia: succursale di addii che trovano un riparo, un asilo per passi pellegrini. Il grazie di un sorriso a chi ha pensato per la poesia, a una casa.”

E nell’incontro di poesie e di poeti dovrà parlare. Non è materia mia, e non ne sono entusiasta. Ma ci vado lo stesso perché ho ormai imparato che con lui non si può mai dire a prescindere “che palle!”.

La serata comincia con Sergio Iagulli che, in una breve introduzione, lancia un allarme sopravvivenza per la Casa della poesia. Tante idee, per lo più realizzate, e poche risorse. Mi riprometto di far girare il suo invito a dare una mano e comincio da ora: www.casadellapoesia.org 

Parte una serie di contributi video. Izet Sarajlić legge “Ultimo tango a Sarajevo” e parla di “scrivere prosa”,  Ante Zemljar ci regala “In piedi presso il muro” e infine Alfonso Gatto recita “A mio padre”.

“Questi autori e le loro opere mi hanno riguardato…”. Così inizia Erri De Luca offrendo una panoramica della sua formazione, dalla biblioteca del padre alle letture che ha scelto sue. Lo racconta quasi rapito dai ricordi e il silenzio si fa denso. 

D’improvviso bussano. Ma bussano davvero alla porta d’emergenza dell’auditorium. Sulle prime Erri finge come tutti noi di non sentire. Poi si riscuote, ci regala un raro sorriso e dice “bussano… bussate e vi sarà aperto, è stato detto… quindi aprite”. Il fastidio di tutti per l’interruzione si scioglie in una risata generale. Solo uno sguardo distratto va agli imbarazzati avventori da “porta di servizio”, mentre lui prosegue come se nulla fosse, conservando per un po’ le tracce di quel sorriso sul viso solitamente mesto.

“La poesia è il formato di esistenza del ‘900”. Non ama la poesia accademica, volutamente “elevata”, del secolo precedente. Leopardi e il simbolismo francese, di cui qualcuno gli domanda, non gli sono congeniali. Si lascia scappare, in lingua madre, un “nun me piaciono” più sincero delle spiegazioni che dà per dovere nella sua seconda lingua, quella che “riposa nei libri”, l’italiano.

Racconta aneddoti di poeti e patrioti, Anna Achmatova, Marek Edelman, Isaac Katzenelson che scrive il “Canto degli ebrei messi a morte” in yiddish, una lingua che il ‘900 ha ucciso assieme ai milioni di persone che la parlavano. “Ho voluto studiare lo yiddish per questo e ho finito col tradurre Katzenelson dall’originale” dice un po’ imbarazzato da quella che a nessuno di noi sembra un’autopromozione.

Sta par riprendere quando… “C’è da spostare una macchina…”. Tutti si guardano intorno e non ci credono. Come per la “bussata” di prima e come vuole una certa etichetta per il tipo di serata, si cerca di ignorare l’interruzione. Ma Erri sorride di nuovo e chiede modello e  targa. Si produce in una maldestra performance da annunciatore da stadio che fa ridere tutti insieme a lui, come certo era nell’intenzione. Il proprietario non si trova o si cela nella folla per comprensibile pudore. “Potete rimuoverla, non è nostra...” comunica  ancora Erri, nell’imbarazzo sempre più evidente di Sergio Iagulli.

Chiede che gli si facciano domande, non è una conferenza e lui non è un conferenziere. Tutti zitti come a scuola. Anch’io avrei una domanda, ma come gli altri non me la sento di essere il primo. E allora si fa una domanda e si risponde, e la faccia di Marzullo compare per incanto nell’immaginario di tutti. Risate. Chi l’avrebbe detto che con Erri De Luca a parlare di poeti e poesia, di guerra e di violenze, si potesse ridere così spesso?

Ma in breve le domande arrivano e Erri si trova a difendersi dall’”accusa” di essere un poeta o di permeare i suoi scritti di poesia, dai più lanciata con tutte le buone intenzioni. “Non sono un poeta. Se scrivo una pagina di un romanzo posso arrivare a esserne soddisfatto, a dirmi che meglio di così non saprei immaginarla; se tento dei versi finiscono per rimanere sulla pagina approssimati per difetto. So che si possono scrivere meglio ma io non ne sono capace”.  

“Versi approssimati per difetto…”.

Mi è parso di sentire il pensiero formarsi nel pubblico: “e dice di non essere un poeta…”. Contro la folla non c’è gioco, Erri.

Ci regala altre chicche come Marina Cvetaeva che contrappone alla gravità di Isaac Netwton un’attrazione celeste: la mela, frutto già troppo maturo, cade dall’albero dimostrando che esiste la gravità. Ma com’è arrivata sull’albero? Grazie alla linfa vitale che dalla terra sale verso il cielo, grazie all’albero stesso che cresce “allargando nello spazio la sua formula di rami”,  grazie a un’attrazione celeste più potente di quella terrestre perché la vince in direzione contraria.

Poi c’è la classifica del fuoco di Izet Sarajlić che, in assenza di legna, brucia la sua libreria nella stufa di una Sarajevo in guerra: Il primo inverno partirono i filosofi, il secondo i romanzieri, il terzo il teatro. Il quarto inverno toccava alla poesia di disfarsi nelle fiamme, ma la guerra finì e la risparmiò. “Ultima destinata la poesia, in guerra la più urgente”.

Con grande semplicità ci offre poi una interpretazione del concetto di libertà: non un elenco di diritti, non uno stato stabile, ma la stessa libertà che gli ebrei in fuga provano quando dietro di loro si chiude il mar Rosso e davanti c’è il deserto. La libertà è un “azzardo rischioso”, senza garanzie e senza quella possibilità di ripensamento che forse alcuni ebrei in seguito avrebbero voluto. Tutti restano in silenzio. Qualche distratto da ultima fila non ha sentito e non capisce che succede. Si affretta a informarsi col vicino che lo zittisce infastidito. 

Quasi a voler far passare inosservata questa definizione di libertà, come se l’avesse fatta grossa (e in un certo senso è proprio così), Erri comincia a recitare “Considero valore”. Alla fine parte un applauso spontaneo che dura un tempo lungo. Ci interrompe come può, raccontando la stessa quieta rassegnazione di Baglioni quando a gran richiesta canta per la milionesima volta “Questo piccolo grande amore”. Vuole stemperare ma l’applauso continua lo stesso. Contro la folla…

La serata si sta chiudendo e Sergio Iagulli chiede ad Erri di inviare un messaggio a Sarajevo, un video che sarà proiettato in occasione dei prossimi incontri internazionali di poesia che si svolgeranno a fine settembre. La città che “ha aperto il ‘900 con un colpo di pistola e l’ha chiuso sotto le bombe”, una capitale tormentata, riceve(rà) il saluto di Erri e, grazie a un artificio quasi magico, ci rende tutti suoi cittadini per un momento.

Si alza e saluta. Ma la parte più difficile per lui non è ancora iniziata. Rivolto al pubblico come un condannato coraggioso, indica i tavolini esterni per la sua pena: autografi e fotografie. Lo raggiungo mentre scrive il suo nome senza sosta e così, fra gli altri, infilo anche il mio “In alto a sinistra”. Prima di uscire non sono riuscito a trovare “Tre cavalli” nel disordine della mia libreria. 

Naturalmente non mi basta. Sta diventando un capriccio bizzarro quello di incontrare gli artisti e manifestargli ammirazione, strappargli una stretta di mano o una parola solo per me, non condivisa col grande pubblico. Così aspetto che sfolli per vedere se riesco a fargli almeno la domanda con cui non avevo trovato il coraggio di cominciare il fuoco in sala. 

Intanto osservo la gente intorno. Una ragazza con grandi occhi scuri fissa incantata Erri che continua pur estenuato a firmare qualsiasi cosa. Poi lei lo vede alzarsi e fare una, due fotografie. Sorpresa si gira a chiamare gli altri “fai venire tutti, ci fa fare le foto…”. Come in un matrimonio d’altri tempi il rito della foto con i trecento parenti si consuma finché “occhi grandi” e le amiche riescono persino a trovare il coraggio di invitarlo a cena. Fresca e splendidamente sfacciata gioventù, avrà pensato rifiutando con garbo sublime.

Siamo ormai in pochi lui sta respirando un po’, così mi avvicino e crudelmente gli ostacolo il sollievo. “Stasera ci hai parlato di tante persone che non ci sono più. In altre occasioni ti ho sentito chiamarli assenti ingiustificati. Qual è la differenza tra questi assenti e quelli giustificati?”. Riesco a porre la domanda in maniera comprensibile e già mi pare un miracolo. “Non ci sono assenti che considero giustificati. Sono tutti andati via senza il mio permesso”. Azzardo “Hai detto che sono tutti presenti nel tempo della tua scrittura, e aggiungerei della nostra lettura. Una specie di vita dopo la morte, come quella cristiana?” e lui “Non sono credente, sono ateo” come a chiudere l’argomento, con un sorriso in cui voglio leggere più che le parole dette.  Gli stringo la mano e ringrazio del tempo e delle parole che mi ha regalato. 

Tutte, non solo quelle di questa sera.

 

 

 

Si chiama Erri De Luca (Erri senza H o Y, “io me li sono tolti questi accidenti dal nome”, dirà in un’intervista). In mano ho “Il cronista scalzo e altri scritti”. Leggo righe toccanti in una commemorazione di Giancarlo Siani non scontata che trova più di un modo elegante per non scivolare nel luogo comune. Da allora,  senza un ordine preciso, mi sono arrivati “Una nuvola come tappeto”, “Il giorno prima della felicità”, “Montedidio”, “il peso della farfalla”, “Morso di luna nuova”. 

Su tutti  gli altri “Tre cavalli”. Non una storia di culture, non d’amore tra genti, non una biografia né una storia di sangue e azione, ma tutte queste cose insieme in un equilibrio impossibile, che pure appare solido come una delle pareti rocciose che l’autore è abituato a scalare. Una scrittura densa, da non poter sorbire al volo. Le parole arrivano dalla pagina agli occhi e poi alla testa, lente come una colata lavica e quando approdano contengono e liberano la stessa energia. Non acceleri perché intuisci che potresti perdere qualcosa di quel fiume possente, e te ne guardi bene. 

Quando ho avuto la notizia che sarebbe venuto a Salerno, ospite della “Casa della Poesia” di Baronissi, mi sono informato sulla struttura e mi sono vergognato un po’. Immigrato da queste parti da ormai vent’anni, non avevo mai sentito parlare di un progetto così vivo su una attività dai più considerata estinta. 

Erri De Luca invece sembra conoscerla bene questa casa, per l’antica amicizia con Izet Sarajlić, poeta di Sarajevo che ne è stato presidente onorario fino alla sua scomparsa nel 2002. Scrive infatti: “Casa della poesia: un tetto per un'arte vagabonda che nel 1900 ha viaggiato alla deriva di esili, migrazioni, oppure nei centimetri di celle e recinzioni. Casa della poesia: suo posto è nelle strade, nelle stive, nei quaderni scritti e seppelliti tra le radici di un albero in un campo di concentramento, sulla carta di sacchi di cemento, nell' unghia una scheggia di carbone. Casa della poesia: succursale di addii che trovano un riparo, un asilo per passi pellegrini. Il grazie di un sorriso a chi ha pensato per la poesia, a una casa.”

E nell’incontro di poesie e di poeti dovrà parlare. Non è materia mia, e non ne sono entusiasta. Ma ci vado lo stesso perché ho ormai imparato che con lui non si può mai dire a prescindere “che palle!”.

La serata comincia con Sergio Iagulli che, in una breve introduzione, lancia un allarme sopravvivenza per la Casa della poesia. Tante idee, per lo più realizzate, e poche risorse. Mi riprometto di far girare il suo invito a dare una mano e comincio da ora: www.casadellapoesia.org 

Parte una serie di contributi video. Izet Sarajlić legge “Ultimo tango a Sarajevo” e parla di “scrivere prosa”,  Ante Zemljar ci regala “In piedi presso il muro” e infine Alfonso Gatto recita “A mio padre”.

“Questi autori e le loro opere mi hanno riguardato…”. Così inizia Erri De Luca offrendo una panoramica della sua formazione, dalla biblioteca del padre alle letture che ha scelto sue. Lo racconta quasi rapito dai ricordi e il silenzio si fa denso. 

D’improvviso bussano. Ma bussano davvero alla porta d’emergenza dell’auditorium. Sulle prime Erri finge come tutti noi di non sentire. Poi si riscuote, ci regala un raro sorriso e dice “bussano… bussate e vi sarà aperto, è stato detto… quindi aprite”. Il fastidio di tutti per l’interruzione si scioglie in una risata generale. Solo uno sguardo distratto va agli imbarazzati avventori da “porta di servizio”, mentre lui prosegue come se nulla fosse, conservando per un po’ le tracce di quel sorriso sul viso solitamente mesto.

“La poesia è il formato di esistenza del ‘900”. Non ama la poesia accademica, volutamente “elevata”, del secolo precedente. Leopardi e il simbolismo francese, di cui qualcuno gli domanda, non gli sono congeniali. Si lascia scappare, in lingua madre, un “nun me piaciono” più sincero delle spiegazioni che dà per dovere nella sua seconda lingua, quella che “riposa nei libri”, l’italiano.

Racconta aneddoti di poeti e patrioti, Anna Achmatova, Marek Edelman, Isaac Katzenelson che scrive il “Canto degli ebrei messi a morte” in yiddish, una lingua che il ‘900 ha ucciso assieme ai milioni di persone che la parlavano. “Ho voluto studiare lo yiddish per questo e ho finito col tradurre Katzenelson dall’originale” dice un po’ imbarazzato da quella che a nessuno di noi sembra un’autopromozione.

Sta par riprendere quando… “C’è da spostare una macchina…”. Tutti si guardano intorno e non ci credono. Come per la “bussata” di prima e come vuole una certa etichetta per il tipo di serata, si cerca di ignorare l’interruzione. Ma Erri sorride di nuovo e chiede modello e  targa. Si produce in una maldestra performance da annunciatore da stadio che fa ridere tutti insieme a lui, come certo era nell’intenzione. Il proprietario non si trova o si cela nella folla per comprensibile pudore. “Potete rimuoverla, non è nostra...” comunica  ancora Erri, nell’imbarazzo sempre più evidente di Sergio Iagulli.

Chiede che gli si facciano domande, non è una conferenza e lui non è un conferenziere. Tutti zitti come a scuola. Anch’io avrei una domanda, ma come gli altri non me la sento di essere il primo. E allora si fa una domanda e si risponde, e la faccia di Marzullo compare per incanto nell’immaginario di tutti. Risate. Chi l’avrebbe detto che con Erri De Luca a parlare di poeti e poesia, di guerra e di violenze, si potesse ridere così spesso?

Ma in breve le domande arrivano e Erri si trova a difendersi dall’”accusa” di essere un poeta o di permeare i suoi scritti di poesia, dai più lanciata con tutte le buone intenzioni. “Non sono un poeta. Se scrivo una pagina di un romanzo posso arrivare a esserne soddisfatto, a dirmi che meglio di così non saprei immaginarla; se tento dei versi finiscono per rimanere sulla pagina approssimati per difetto. So che si possono scrivere meglio ma io non ne sono capace”.  

“Versi approssimati per difetto…”.

Mi è parso di sentire il pensiero formarsi nel pubblico: “e dice di non essere un poeta…”. Contro la folla non c’è gioco, Erri.

Ci regala altre chicche come Marina Cvetaeva che contrappone alla gravità di Isaac Netwton un’attrazione celeste: la mela, frutto già troppo maturo, cade dall’albero dimostrando che esiste la gravità. Ma com’è arrivata sull’albero? Grazie alla linfa vitale che dalla terra sale verso il cielo, grazie all’albero stesso che cresce “allargando nello spazio la sua formula di rami”,  grazie a un’attrazione celeste più potente di quella terrestre perché la vince in direzione contraria.

Poi c’è la classifica del fuoco di Izet Sarajlić che, in assenza di legna, brucia la sua libreria nella stufa di una Sarajevo in guerra: Il primo inverno partirono i filosofi, il secondo i romanzieri, il terzo il teatro. Il quarto inverno toccava alla poesia di disfarsi nelle fiamme, ma la guerra finì e la risparmiò. “Ultima destinata la poesia, in guerra la più urgente”.

Con grande semplicità ci offre poi una interpretazione del concetto di libertà: non un elenco di diritti, non uno stato stabile, ma la stessa libertà che gli ebrei in fuga provano quando dietro di loro si chiude il mar Rosso e davanti c’è il deserto. La libertà è un “azzardo rischioso”, senza garanzie e senza quella possibilità di ripensamento che forse alcuni ebrei in seguito avrebbero voluto. Tutti restano in silenzio. Qualche distratto da ultima fila non ha sentito e non capisce che succede. Si affretta a informarsi col vicino che lo zittisce infastidito. 

Quasi a voler far passare inosservata questa definizione di libertà, come se l’avesse fatta grossa (e in un certo senso è proprio così), Erri comincia a recitare “Considero valore”. Alla fine parte un applauso spontaneo che dura un tempo lungo. Ci interrompe come può, raccontando la stessa quieta rassegnazione di Baglioni quando a gran richiesta canta per la milionesima volta “Questo piccolo grande amore”. Vuole stemperare ma l’applauso continua lo stesso. Contro la folla…

La serata si sta chiudendo e Sergio Iagulli chiede ad Erri di inviare un messaggio a Sarajevo, un video che sarà proiettato in occasione dei prossimi incontri internazionali di poesia che si svolgeranno a fine settembre. La città che “ha aperto il ‘900 con un colpo di pistola e l’ha chiuso sotto le bombe”, una capitale tormentata, riceve(rà) il saluto di Erri e, grazie a un artificio quasi magico, ci rende tutti suoi cittadini per un momento.

Si alza e saluta. Ma la parte più difficile per lui non è ancora iniziata. Rivolto al pubblico come un condannato coraggioso, indica i tavolini esterni per la sua pena: autografi e fotografie. Lo raggiungo mentre scrive il suo nome senza sosta e così, fra gli altri, infilo anche il mio “In alto a sinistra”. Prima di uscire non sono riuscito a trovare “Tre cavalli” nel disordine della mia libreria. 

Naturalmente non mi basta. Sta diventando un capriccio bizzarro quello di incontrare gli artisti e manifestargli ammirazione, strappargli una stretta di mano o una parola solo per me, non condivisa col grande pubblico. Così aspetto che sfolli per vedere se riesco a fargli almeno la domanda con cui non avevo trovato il coraggio di cominciare il fuoco in sala. 

Intanto osservo la gente intorno. Una ragazza con grandi occhi scuri fissa incantata Erri che continua pur estenuato a firmare qualsiasi cosa. Poi lei lo vede alzarsi e fare una, due fotografie. Sorpresa si gira a chiamare gli altri “fai venire tutti, ci fa fare le foto…”. Come in un matrimonio d’altri tempi il rito della foto con i trecento parenti si consuma finché “occhi grandi” e le amiche riescono persino a trovare il coraggio di invitarlo a cena. Fresca e splendidamente sfacciata gioventù, avrà pensato rifiutando con garbo sublime.

Siamo ormai in pochi lui sta respirando un po’, così mi avvicino e crudelmente gli ostacolo il sollievo. “Stasera ci hai parlato di tante persone che non ci sono più. In altre occasioni ti ho sentito chiamarli assenti ingiustificati. Qual è la differenza tra questi assenti e quelli giustificati?”. Riesco a porre la domanda in maniera comprensibile e già mi pare un miracolo. “Non ci sono assenti che considero giustificati. Sono tutti andati via senza il mio permesso”. Azzardo “Hai detto che sono tutti presenti nel tempo della tua scrittura, e aggiungerei della nostra lettura. Una specie di vita dopo la morte, come quella cristiana?” e lui “Non sono credente, sono ateo” come a chiudere l’argomento, con un sorriso in cui voglio leggere più che le parole dette.  Gli stringo la mano e ringrazio del tempo e delle parole che mi ha regalato. 

Tutte, non solo quelle di questa sera.

 

 

L'autore

Nicola Cirillo

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