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Pertosa: Goran Bregović e i matrimoni “eccellenti”

Visite: 1938 Creato Martedì, 20 Settembre 2011 11:50 Comment count:

Pertosa: Goran Bregović e i matrimoni “eccellenti”

 “Al Negro Festival di Pertosa quest’anno apre Bregović con la Wedding & Funeral Band”. Così è iniziata la telefonata di un’amica che, senza nemmeno salutare, con grande entusiasmo mi sommerge di suggestioni, allo scopo di scavalcare la mia pigrizia e convincermi ad accompagnarla. Il fiume di parole rallenta solo nell’ampia ansa del portafogli “…però si paga, mmmh…”. Ma dopo un attimo “… certo, sono solo dieci euro!” e ricomincia. 

 Per accettare cerco di interromperla tre volte prima che se ne accorga. Lo faccio per farla tacere, ma anche perché mi tornano in mente le colonne sonore con cui ho conosciuto Bregović. “Underground” che mi ha iniziato a Kusturica, di cui ho poi visto l’antecedente “Il tempo dei gitani”, sempre con Bregović a suonare, e poi il delizioso e terribile “Train de Vie”, di cui non ricordo il regista (adesso che Wikipedia me l’ha detto, potrei citarlo e fare figura, ma…).

Goran Bregović mi ha sempre incuriosito. Mi chiedevo com’era possibile che il figlio scapestrato di un colonnello croato dell’esercito di Tito e di una casalinga serba, separatisi molto prima che lo facessero il loro popoli, si mettesse a fare il musicista sul finire degli anni ’60. In alcuni suoi interventi, durante concerti più “popolari” o interviste improvvisate, l’ho sentito dire più volte che il regime di Tito era sorprendentemente “morbido” con gli artisti che contestavano, salvo che esagerassero. Il limite era così sottile che passavano il tempo “tra carcere e divertimento”. Forse è questa la spiegazione del suo percorso artistico. 

E così ci vado. Negro Festival 2011 di Pertosa, il festival di musica e cultura etnica dallo slogan “Un fiume di musica di tutti i colori”. Di colori ce ne sono tanti, e anche di gente. Centinaia di persone, una bella cornice, organizzazione efficiente e tutto quello che si dice in questi casi, salvo il fatto che qui è vero.

Non racconto il concerto. Non si può. Chiunque ne ha visto uno sa che cosa voglio dire e chiunque non c’è mai stato, dovrebbe andarci. 

Passo direttamente a quanto è successo dopo. Mi chiedo se non sto diventando uno di quei cacciatori di autografi al limite della molestia, perché decido di incontrare l’artista. C’è in giro qualche giornalista locale, non molti, ma quanti bastano a coprire il mio imbucamento. Così mi infilo con loro nel retropalco e aspetto che inizi il balletto delle interviste, fingendomi ora un aiuto cameraman, ora un assistente, ora, brandendo una penna con la mano alzata, uno che vuole fare una domanda.

C’è un bel trambusto e si sgomita un po’. Mi arrivano frammenti di intervista. “Che ne pensa di Pertosa?”. “Ma cosa vuoi che gliene freghi?” penso io, forse intuendo anche la risposta che lui volentieri darebbe. “Che colore ha la sua musica?”. Andiamo, forse lo slogan della manifestazione non è male, ma è una domanda ridicola! Infatti non risponde. 

Poi arrivano quelli “seri” e lui sembra meno scocciato dalle domande insulse, forse perché di queste conosce la risposta e va per inerzia. “La mia musica, come tutte, viene in parte dalla tradizione e in parte dal quotidiano…”, “La musica serve a comunicare meglio anche tra popoli molto divisi perché la musica parla facile…”. “Il mondo deve imparare vivere con il diverso, non può pensare come si è fatto in passato, di ucciderlo per risolvere il problema. Tanto più che non ha funzionato!”. Bella questa. E belle anche le cose profonde con cui continua, carine da dire, ma così ri-sentite da appollaiarsi sul limite della banalità. 

Mi rodo perché non mi viene in mente nulla di intelligente, colto, interessante da domandare per sorprendere lui e gli altri presenti. Come prima di un esame, non sono sicuro nemmeno di essere capace di formulare un pensiero coerente. 

E così mi torna in mente una cosa che ho letto su una di quelle assurde riviste patinate a un euro, che affollano il tavolino del bagno di mia cognata. Ogni volta che sono a casa sua e mi capita di passare nel suo bagno ho le copertine sott’occhio e le chiedo sempre come fa a leggere quelle cose. Mia cognata non mi risponde.  Vorrebbe gentilmente mandarmici, ma mi vuole troppo bene per farsi influenzare dal mio snobismo per le sue letture. Puntualmente esco dal bagno con un sorriso e annuncio a tutti la grande notizia riccamente condita di sarcasmo: “L’ultima velina si è lasciata col suo bel calciatore: ma che cosa interessante!”. 

Era in quel bagno che tempo fa una copertina recitava: “Le nozze di Naomi: tutti i preparativi. Ci sarà Bregović”. Quella volta avevo voluto approfondire e capire se Bregović c’era in qualità di ospite o era la band da matrimonio prescelta. L’articolo, scorso di fretta e di nascosto per evitare sguardi di soddisfatta rivalsa di mia cognata, diceva che lo sposo, non ricordo chi fosse (e stavolta non ricorro a google!), voleva che la band suonasse al suo matrimonio e… arrivò mia cognata.

Adesso mi torna insistente l’immagine di Naomi Campbell che deve sposarsi e per quanto faccio per scacciarla, non riesco a liberarmene, come quei tormentoni mattutini che non vanno più via. Mi concentro per combatterla e non mi accorgo che ho ancora la mano alzata, con la penna puntata in alto, e che intorno a me s’è fatto il silenzio. Goran mi guarda, sorridente e in attesa. Mi giro intorno e capisco che tocca a me. Intanto lui si sta muovendo e tutti stanno per andare via. Sono l’ultimo, evidentemente. So come si fa. Dovrei presentarmi, citare il mio giornale e fare la mia domanda, ma più di tutto dovrei essere un giornalista vero. Solo che Naomi occupa tutto il mio spazio visivo e quindi parto con l’idea brillante: “Si dice che suonerà al matrimonio di Naomi Campbell. E’ vero?”

Goran mi guarda un po’ incredulo. Poi scoppia in una risata genuina e mi si avvicina accompagnandomi nella sua direzione come con un vecchio amico. Prende a raccontare che a Napoli, nel 68-69, faceva molti concerti ai matrimoni. Conosceva anche i classici e accenna a “Funiculì funiculà”. Gli è sempre piaciuto il wedding party. Si lascia andare a nostalgie dicendo che il matrimonio un tempo era una cosa ancora importante, non come oggi. 

Alcune altre battutine prima del colpo di grazia: non sa nulla delle nozze della Campbell, ma “se serve un’orchestra per matrimoni, noi siamo la Wedding & Funeral Band e siamo pronti!” dice con quel suo accento slavo, lasciandomi poi con una risata e una pacca sulla spalla che io posso solo interpretare come “hai fatto la figura dell’idiota, ma mi sono divertito”. Dato che la prima parte è certo vera, spero lo sia anche la seconda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Per accettare cerco di interromperla tre volte prima che se ne accorga. Lo faccio per farla tacere, ma anche perché mi tornano in mente le colonne sonore con cui ho conosciuto Bregović. “Underground” che mi ha iniziato a Kusturica, di cui ho poi visto l’antecedente “Il tempo dei gitani”, sempre con Bregović a suonare, e poi il delizioso e terribile “Train de Vie”, di cui non ricordo il regista (adesso che Wikipedia me l’ha detto, potrei citarlo e fare figura, ma…).

Goran Bregović mi ha sempre incuriosito. Mi chiedevo com’era possibile che il figlio scapestrato di un colonnello croato dell’esercito di Tito e di una casalinga serba, separatisi molto prima che lo facessero il loro popoli, si mettesse a fare il musicista sul finire degli anni ’60. In alcuni suoi interventi, durante concerti più “popolari” o interviste improvvisate, l’ho sentito dire più volte che il regime di Tito era sorprendentemente “morbido” con gli artisti che contestavano, salvo che esagerassero. Il limite era così sottile che passavano il tempo “tra carcere e divertimento”. Forse è questa la spiegazione del suo percorso artistico. 

E così ci vado. Negro Festival 2011 di Pertosa, il festival di musica e cultura etnica dallo slogan “Un fiume di musica di tutti i colori”. Di colori ce ne sono tanti, e anche di gente. Centinaia di persone, una bella cornice, organizzazione efficiente e tutto quello che si dice in questi casi, salvo il fatto che qui è vero.

Non racconto il concerto. Non si può. Chiunque ne ha visto uno sa che cosa voglio dire e chiunque non c’è mai stato, dovrebbe andarci. 

Passo direttamente a quanto è successo dopo. Mi chiedo se non sto diventando uno di quei cacciatori di autografi al limite della molestia, perché decido di incontrare l’artista. C’è in giro qualche giornalista locale, non molti, ma quanti bastano a coprire il mio imbucamento. Così mi infilo con loro nel retropalco e aspetto che inizi il balletto delle interviste, fingendomi ora un aiuto cameraman, ora un assistente, ora, brandendo una penna con la mano alzata, uno che vuole fare una domanda.

C’è un bel trambusto e si sgomita un po’. Mi arrivano frammenti di intervista. “Che ne pensa di Pertosa?”. “Ma cosa vuoi che gliene freghi?” penso io, forse intuendo anche la risposta che lui volentieri darebbe. “Che colore ha la sua musica?”. Andiamo, forse lo slogan della manifestazione non è male, ma è una domanda ridicola! Infatti non risponde. 

Poi arrivano quelli “seri” e lui sembra meno scocciato dalle domande insulse, forse perché di queste conosce la risposta e va per inerzia. “La mia musica, come tutte, viene in parte dalla tradizione e in parte dal quotidiano…”, “La musica serve a comunicare meglio anche tra popoli molto divisi perché la musica parla facile…”. “Il mondo deve imparare vivere con il diverso, non può pensare come si è fatto in passato, di ucciderlo per risolvere il problema. Tanto più che non ha funzionato!”. Bella questa. E belle anche le cose profonde con cui continua, carine da dire, ma così ri-sentite da appollaiarsi sul limite della banalità. 

Mi rodo perché non mi viene in mente nulla di intelligente, colto, interessante da domandare per sorprendere lui e gli altri presenti. Come prima di un esame, non sono sicuro nemmeno di essere capace di formulare un pensiero coerente. 

E così mi torna in mente una cosa che ho letto su una di quelle assurde riviste patinate a un euro, che affollano il tavolino del bagno di mia cognata. Ogni volta che sono a casa sua e mi capita di passare nel suo bagno ho le copertine sott’occhio e le chiedo sempre come fa a leggere quelle cose. Mia cognata non mi risponde.  Vorrebbe gentilmente mandarmici, ma mi vuole troppo bene per farsi influenzare dal mio snobismo per le sue letture. Puntualmente esco dal bagno con un sorriso e annuncio a tutti la grande notizia riccamente condita di sarcasmo: “L’ultima velina si è lasciata col suo bel calciatore: ma che cosa interessante!”. 

Era in quel bagno che tempo fa una copertina recitava: “Le nozze di Naomi: tutti i preparativi. Ci sarà Bregović”. Quella volta avevo voluto approfondire e capire se Bregović c’era in qualità di ospite o era la band da matrimonio prescelta. L’articolo, scorso di fretta e di nascosto per evitare sguardi di soddisfatta rivalsa di mia cognata, diceva che lo sposo, non ricordo chi fosse (e stavolta non ricorro a google!), voleva che la band suonasse al suo matrimonio e… arrivò mia cognata.

Adesso mi torna insistente l’immagine di Naomi Campbell che deve sposarsi e per quanto faccio per scacciarla, non riesco a liberarmene, come quei tormentoni mattutini che non vanno più via. Mi concentro per combatterla e non mi accorgo che ho ancora la mano alzata, con la penna puntata in alto, e che intorno a me s’è fatto il silenzio. Goran mi guarda, sorridente e in attesa. Mi giro intorno e capisco che tocca a me. Intanto lui si sta muovendo e tutti stanno per andare via. Sono l’ultimo, evidentemente. So come si fa. Dovrei presentarmi, citare il mio giornale e fare la mia domanda, ma più di tutto dovrei essere un giornalista vero. Solo che Naomi occupa tutto il mio spazio visivo e quindi parto con l’idea brillante: “Si dice che suonerà al matrimonio di Naomi Campbell. E’ vero?”

Goran mi guarda un po’ incredulo. Poi scoppia in una risata genuina e mi si avvicina accompagnandomi nella sua direzione come con un vecchio amico. Prende a raccontare che a Napoli, nel 68-69, faceva molti concerti ai matrimoni. Conosceva anche i classici e accenna a “Funiculì funiculà”. Gli è sempre piaciuto il wedding party. Si lascia andare a nostalgie dicendo che il matrimonio un tempo era una cosa ancora importante, non come oggi. 

Alcune altre battutine prima del colpo di grazia: non sa nulla delle nozze della Campbell, ma “se serve un’orchestra per matrimoni, noi siamo la Wedding & Funeral Band e siamo pronti!” dice con quel suo accento slavo, lasciandomi poi con una risata e una pacca sulla spalla che io posso solo interpretare come “hai fatto la figura dell’idiota, ma mi sono divertito”. Dato che la prima parte è certo vera, spero lo sia anche la seconda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore

Nicola Cirillo

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