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	<title>La maieutica di Mastu&#8217; TTore</title>
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	<pubDate>Sun, 30 Apr 2023 18:36:09 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[www.cinicoweb.it]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">di Nicola Cirillo, interpretato da Giosuè Michelangelo Giordano, copertina (temporanea) Fernando Botero</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il silenzio che doveva esserci dieci minuti prima del Big Bang. Questo sentivi quando Ferdinando entrava in classe. Eravamo una IV L di istituto tecnico misto, ma negli anni ’80 voleva dire maschile, che le ragazze erano esattamente sei su millecinquecento allievi. Lui era un uomo di sessantaquattro anni ma quando non sorrideva ne dimostrava qualcuno di più. Per fortuna sorrideva spesso. Fortuna sua, che a noi certi suoi sorrisi potevano mettere i brividi. Il suo completo fresco lana pettinato, rosa, con doppio petto e cravatta carta da zucchero, sarebbe stato ridicolo su chiunque non mostrasse l’autorevolezza del docente di punta dell’istituto. E la sua severità. Ferdinando era un ingegnere, uno dei suoi pochi veri difetti. Era anche una persona con una smisurata cura di sé, che amava ostentare con il vestire ricercato e un po’ eccentrico e con il vantare, a ogni buona occasione, il suo “scientifico” peso forma, calcolato maccheronicamente con il suo metro e settantaquattro per settantaquattro chili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte, però, entrava in classe con un’espressione diversa, unica. Quando succedeva, ci bastava guardarlo per capire. Vederlo due o tre ore per quattro volte a settimana in due anni, tra lezioni di teoria elettrotecnica e laboratorio, ci aveva insegnato che la sua dedizione al lavoro faceva rarissime concessioni al cazzeggio. Ma se sorrideva così, con gli occhi oltre che con le labbra, con un’aria sorniona che non indossava mai nelle giornate normali, allora… beh, allora non si faceva lezione. Meglio, non si faceva lezione di elettrotecnica. Si imparavano altre cose, assai più divertenti. Io ero uno studente modello ma sono queste le lezioni che ricordo meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I suoi erano racconti di vita, per lo più autobiografici, e si spalmavano in ogni ambito delle vicende umane, concedendo spazio persino al ramo pruriginoso, complice l’assenza di un’audience femminile che avrebbe certo rappresentato un ostacolo per un uomo della sua generazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle sue battaglie ricorrenti era sulla cura della salute e del corpo. Spesso parlava dei problemi di obesità, fingendo assai malamente di non guardare il compagno del terzo banco tentare di mettere comodi, su una seggiola non bastevole, i suoi centododici chili di peso. Era Mario, da tutti chiamato Pippo senza motivo. Non è che non avessimo idea del perché lo chiamavamo <em>Pippo</em>. No. Il soprannome era proprio <em>Pippo senza motivo</em>, per la sua tendenza a uno sfrenato onanismo adolescenziale non sollecitato da stimoli. L’avevo inventato io. Lo so, ero un bastardo ma era lui stesso a raccontarlo ai quattro venti. Comunque crescendo mi sono molto pentito, anche se non sono riuscito a diventare migliore per questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte Ferdinando, complice una memoria poco granitica o un repertorio limitato, riproponeva aneddoti intramontabili come quello di Mastu’ Ttore, storia nota ma comunque pausa gradita. Tore era un muratore e uomo di fatica impiegato nei cantieri da lui diretti in libera professione. Lavorava come pochi ma, all'ora di pranzo, posava il suo settimo di tonnellata su una panca fatta di tavoloni e apriva una merendina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di solito consisteva in una palatella di pane cafone da mezzo chilo con salsicce e broccoli, salsicce e peperoni, salsicce e qualcosa insomma. A volte c’era una gavetta con una chilata di lasagne o parmigiana di melanzane, che ingurgitava appoggiandosi al maestoso ventre, lasciato scoperto in basso da una maglietta ogni giorno più corta. Il pasto era annaffiato dalla birra dei muratori, giusto per campare cent'anni, come diceva un foggiano in un famoso spot di qualche anno fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ferdinando lo vedeva spesso a ora di pranzo e ogni volta si fermava a cercare di convincerlo che quel modo di mangiare significava farsi del male, rovinarsi la salute così giovane e, in buona sostanza, accorciarsi la vita. L’ambiente della manovalanza edilizia, non particolarmente noto per la diffusione della cultura, è terreno fertile per credulità popolare e superstizione. In quelle occasioni, quindi, Ferdinando otteneva solo di attirare a sé i rispettosi scherni degli altri manovali che lo accusavano di "tirare i piedi" al povero collega, ossia di evocarne la dipartita anticipata. Tore però non era sensibile ai richiami né agli sfottò e, per tutta risposta, con aria molto educata, emetteva un sonoro rutto, commentato da una dettagliata descrizione organolettica, tipo: "chisto è nu rutto alla parmigiana", seguita da una smorfia dovuta al prevedibile bruciore da reflusso gastrico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre Ferdinando raccontava, in classe qualche risata spuntava qua e là. Fino a che non si arrivava al climax del dramma. Lui prendeva un’aria grave e il suo racconto aveva un tono più basso e pacato, quasi triste. Il silenzio tra noi si faceva, se possibile, più denso di quando ci spiegava la permeabilità magnetica nei toròidi. O interrogava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno, aggiungeva, arrivò sul cantiere di mattina presto, dopo la pausa natalizia, e ci trovò un'aria pesante. Non c'era il solito brio che aiutava i muratori a cominciare la dura giornata lavorativa. Sulle prime non fece caso alle assenze. Poi si accorse che Tore non c’era e stava per chiedere al capomastro. Lui lo prevenne con un gesto muto, intuendo la domanda: la mano destra in alto, con l’indice puntato al cielo e l’avambraccio che ruotava facendo disegnare all’ultima falange dei piccoli cerchi nell’aria. Ferdinando capì, abbassò gli occhi e non disse niente, chiudendo così un dialogo non verbale tipico della comunicazione nei nativi campani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni volta la storia ci lasciava tutti un po’ perplessi. Da come ce lo raccontava, io non riuscivo mai a interpretare la sua reazione a quell’episodio. Non sapevo se imputarla alla tristezza per la morte prematura del povero Tore. Sembrava che un po’ c’entrasse anche l’orgoglio di aver avuto ragione poiché era sempre un ingegnere, ed era sensibile a questo aspetto in ogni questione. Ma probabilmente era anche preoccupato dalla nomea di menagramo che si era così drammaticamente intitolata con l'episodio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse questo dubbio sviliva un po' l'intenzione educativa con cui Ferdinando si proponeva di permeare i nostri giovani cervelli quando allentava la presa dalla fredda materia tecnica che insegnava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, almeno nel mio caso, questa lezione è servita molto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">BURP.</p>]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Il silenzio che doveva esserci dieci minuti prima del Big Bang. Questo sentivi quando Ferdinando entrava in classe. Eravamo una IV L di istituto tecnico misto, ma negli anni ’80 voleva dire maschile, che le ragazze erano esattamente sei su millecinquecento allievi. Lui era un uomo di sessantaquattro anni ma quando non sorrideva ne dimostrava qualcuno di più. Per fortuna sorrideva spesso. Fortuna sua, che a noi certi suoi sorrisi potevano mettere i brividi. Il suo completo fresco lana pettinato, rosa, con doppio petto e cravatta carta da zucchero, sarebbe stato ridicolo su chiunque non mostrasse l’autorevolezza del docente di punta dell’istituto. E la sua severità. Ferdinando era un ingegnere, uno dei suoi pochi veri difetti. Era anche una persona con una smisurata cura di sé, che amava ostentare con il vestire ricercato e un po’ eccentrico e con il vantare, a ogni buona occasione, il suo “scientifico” peso forma, calcolato maccheronicamente con il suo metro e settantaquattro per settantaquattro chili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte, però, entrava in classe con un’espressione diversa, unica. Quando succedeva, ci bastava guardarlo per capire. Vederlo due o tre ore per quattro volte a settimana in due anni, tra lezioni di teoria elettrotecnica e laboratorio, ci aveva insegnato che la sua dedizione al lavoro faceva rarissime concessioni al cazzeggio. Ma se sorrideva così, con gli occhi oltre che con le labbra, con un’aria sorniona che non indossava mai nelle giornate normali, allora… beh, allora non si faceva lezione. Meglio, non si faceva lezione di elettrotecnica. Si imparavano altre cose, assai più divertenti. Io ero uno studente modello ma sono queste le lezioni che ricordo meglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I suoi erano racconti di vita, per lo più autobiografici, e si spalmavano in ogni ambito delle vicende umane, concedendo spazio persino al ramo pruriginoso, complice l’assenza di un’audience femminile che avrebbe certo rappresentato un ostacolo per un uomo della sua generazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle sue battaglie ricorrenti era sulla cura della salute e del corpo. Spesso parlava dei problemi di obesità, fingendo assai malamente di non guardare il compagno del terzo banco tentare di mettere comodi, su una seggiola non bastevole, i suoi centododici chili di peso. Era Mario, da tutti chiamato Pippo senza motivo. Non è che non avessimo idea del perché lo chiamavamo <em>Pippo</em>. No. Il soprannome era proprio <em>Pippo senza motivo</em>, per la sua tendenza a uno sfrenato onanismo adolescenziale non sollecitato da stimoli. L’avevo inventato io. Lo so, ero un bastardo ma era lui stesso a raccontarlo ai quattro venti. Comunque crescendo mi sono molto pentito, anche se non sono riuscito a diventare migliore per questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte Ferdinando, complice una memoria poco granitica o un repertorio limitato, riproponeva aneddoti intramontabili come quello di Mastu’ Ttore, storia nota ma comunque pausa gradita. Tore era un muratore e uomo di fatica impiegato nei cantieri da lui diretti in libera professione. Lavorava come pochi ma, all'ora di pranzo, posava il suo settimo di tonnellata su una panca fatta di tavoloni e apriva una merendina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di solito consisteva in una palatella di pane cafone da mezzo chilo con salsicce e broccoli, salsicce e peperoni, salsicce e qualcosa insomma. A volte c’era una gavetta con una chilata di lasagne o parmigiana di melanzane, che ingurgitava appoggiandosi al maestoso ventre, lasciato scoperto in basso da una maglietta ogni giorno più corta. Il pasto era annaffiato dalla birra dei muratori, giusto per campare cent'anni, come diceva un foggiano in un famoso spot di qualche anno fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ferdinando lo vedeva spesso a ora di pranzo e ogni volta si fermava a cercare di convincerlo che quel modo di mangiare significava farsi del male, rovinarsi la salute così giovane e, in buona sostanza, accorciarsi la vita. L’ambiente della manovalanza edilizia, non particolarmente noto per la diffusione della cultura, è terreno fertile per credulità popolare e superstizione. In quelle occasioni, quindi, Ferdinando otteneva solo di attirare a sé i rispettosi scherni degli altri manovali che lo accusavano di "tirare i piedi" al povero collega, ossia di evocarne la dipartita anticipata. Tore però non era sensibile ai richiami né agli sfottò e, per tutta risposta, con aria molto educata, emetteva un sonoro rutto, commentato da una dettagliata descrizione organolettica, tipo: "chisto è nu rutto alla parmigiana", seguita da una smorfia dovuta al prevedibile bruciore da reflusso gastrico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre Ferdinando raccontava, in classe qualche risata spuntava qua e là. Fino a che non si arrivava al climax del dramma. Lui prendeva un’aria grave e il suo racconto aveva un tono più basso e pacato, quasi triste. Il silenzio tra noi si faceva, se possibile, più denso di quando ci spiegava la permeabilità magnetica nei toròidi. O interrogava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno, aggiungeva, arrivò sul cantiere di mattina presto, dopo la pausa natalizia, e ci trovò un'aria pesante. Non c'era il solito brio che aiutava i muratori a cominciare la dura giornata lavorativa. Sulle prime non fece caso alle assenze. Poi si accorse che Tore non c’era e stava per chiedere al capomastro. Lui lo prevenne con un gesto muto, intuendo la domanda: la mano destra in alto, con l’indice puntato al cielo e l’avambraccio che ruotava facendo disegnare all’ultima falange dei piccoli cerchi nell’aria. Ferdinando capì, abbassò gli occhi e non disse niente, chiudendo così un dialogo non verbale tipico della comunicazione nei nativi campani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni volta la storia ci lasciava tutti un po’ perplessi. Da come ce lo raccontava, io non riuscivo mai a interpretare la sua reazione a quell’episodio. Non sapevo se imputarla alla tristezza per la morte prematura del povero Tore. Sembrava che un po’ c’entrasse anche l’orgoglio di aver avuto ragione poiché era sempre un ingegnere, ed era sensibile a questo aspetto in ogni questione. Ma probabilmente era anche preoccupato dalla nomea di menagramo che si era così drammaticamente intitolata con l'episodio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse questo dubbio sviliva un po' l'intenzione educativa con cui Ferdinando si proponeva di permeare i nostri giovani cervelli quando allentava la presa dalla fredda materia tecnica che insegnava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, almeno nel mio caso, questa lezione è servita molto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">BURP.</p>]]></content:encoded>
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A volte, però, entrava in classe con un’espressione diversa, unica. Quando succedeva, ci bastava guardarlo per capire. Vederlo due o tre ore per quattro volte a settimana in due anni, tra lezioni di teoria elettrotecnica e laboratorio, ci aveva insegnato che la sua dedizione al lavoro faceva rarissime concessioni al cazzeggio. Ma se sorrideva così, con gli occhi oltre che con le labbra, con un’aria sorniona che non indossava mai nelle giornate normali, allora… beh, allora non si faceva lezione. Meglio, non si faceva lezione di elettrotecnica. Si imparavano altre cose, assai più divertenti. Io ero uno studente modello ma sono queste le lezioni che ricordo meglio.



I suoi erano racconti di vita, per lo più autobiografici, e si spalmavano in ogni ambito delle vicende umane, concedendo spazio persino al ramo pruriginoso, complice l’assenza di un’audience femminile che avrebbe certo rappresentato un ostacolo per un uomo della sua generazione.



Una delle sue battaglie ricorrenti era sulla cura della salute e del corpo. Spesso parlava dei problemi di obesità, fingendo assai malamente di non guardare il compagno del terzo banco tentare di mettere comodi, su una seggiola non bastevole, i suoi centododici chili di peso. Era Mario, da tutti chiamato Pippo senza motivo. Non è che non avessimo idea del perché lo chiamavamo Pippo. No. Il soprannome era proprio Pippo senza motivo, per la sua tendenza a uno sfrenato onanismo adolescenziale non sollecitato da stimoli. L’avevo inventato io. Lo so, ero un bastardo ma era lui stesso a raccontarlo ai quattro venti. Comunque crescendo mi sono molto pentito, anche se non sono riuscito a diventare migliore per questo.



A volte Ferdinando, complice una memoria poco granitica o un repertorio limitato, riproponeva aneddoti intramontabili come quello di Mastu’ Ttore, storia nota ma comunque pausa gradita. Tore era un muratore e uomo di fatica impiegato nei cantieri da lui diretti in libera professione. Lavorava come pochi ma, all'ora di pranzo, posava il suo settimo di tonnellata su una panca fatta di tavoloni e apriva una merendina.



Di solito consisteva in una palatella di pane cafone da mezzo chilo con salsicce e broccoli, salsicce e peperoni, salsicce e qualcosa insomma. A volte c’era una gavetta con una chilata di lasagne o parmigiana di melanzane, che ingurgitava appoggiandosi al maestoso ventre, lasciato scoperto in basso da una maglietta ogni giorno più corta. Il pasto era annaffiato dalla birra dei muratori, giusto per campare cent'anni, come diceva un foggiano in un famoso spot di qualche anno fa.



Ferdinando lo vedeva spesso a ora di pranzo e ogni volta si fermava a cercare di convincerlo che quel modo di mangiare significava farsi del male, rovinarsi la salute così giovane e, in buona sostanza, accorciarsi la vita. L’ambiente della manovalanza edilizia, non particolarmente not]]></itunes:summary>
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Il silenzio che doveva esserci dieci minuti prima del Big Bang. Questo sentivi quando Ferdinando entrava in classe. Eravamo una IV L di istituto tecnico misto, ma negli anni ’80 voleva dire maschile, che le ragazze erano esattamente sei su millecinquecento allievi. Lui era un uomo di sessantaquattro anni ma quando non sorrideva ne dimostrava qualcuno di più. Per fortuna sorrideva spesso. Fortuna sua, che a noi certi suoi sorrisi potevano mettere i brividi. Il suo completo fresco lana pettinato, rosa, con doppio petto e cravatta carta da zucchero, sarebbe stato ridicolo su chiunque non mostrasse l’autorevolezza del docente di punta dell’istituto. E la sua severità. Ferdinando era un ingegnere, uno dei suoi pochi veri difetti. Era anche una persona con una smisurata cura di sé, che amava ostentare con il vestire ricercato e un po’ eccentrico e con il vantare, a ogni buona occasione]]></googleplay:description>
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	<title>A braccio</title>
	<link>https://www.cinicoweb.it/cwn/podcast/a-braccio-4/</link>
	<pubDate>Sat, 01 Apr 2023 22:42:37 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[www.cinicoweb.it]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina (temporanea) di Jack Vettriano</p>





<p class="wp-block-paragraph">Le parole con cui ti ho raccontato il mio turbamento sembrano ancora sospese nell’aria che ci divide. Mi guardi. Adesso che sai, sembra tutto più semplice ma anche più complicato. Non avrei dovuto mentirti. Non avrei dovuto dirti la verità. Non parli ma sei un fiume in piena. Vorrei andarmene per non vedere ogni piccolo segnale muto che rende chiaro il tuo percorso, dalla sorpresa alla delusione, dall’amarezza all’avversione, fino alla rassegnazione da vaso rotto. Invece resto immobile nell’incanto di questo spettacolo doloroso. Non riesco ad allontanarmi come se da quella sofferenza cominciasse la mia punizione. Un altro genere di condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passa un tempo infinito e mi trattengo a fatica dal mettermi a divagare con la mente su cose futili o superflue, sempre inappropriate al momento. Come il tempo, appunto. Ho spesso questi accessi di divertimento, nel senso etimologico di <em>di-vĕrtere</em>, volgere altrove sguardo e attenzione, farli deragliare. E quando finiscono, mi trovo sempre fuori posto. Atterro nella realtà e di fronte ho qualcuno che mi dice qualcosa o che vuole una risposta a quello che ha detto mentre non c’ero. Ecco, non volevo fare il mio errore e ci sto ricascando. Sto pensando ad altro. E proprio adesso che potresti dire qualcosa di definitivo, io non posso certo perdermelo e chiederti di ripetere. Devo fare la massima attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti alzi e vai alla finestra. Come se la città di sotto potesse darti qualche risposta, ti metti a osservarla muoversi con il piglio di chi faccia una ricerca scientifica. Ti manca solo il blocco degli appunti. Passa ancora un millennio. E mille volte prendo fiato per dire qualcosa di sbagliato. Ma per fortuna e per miracolo taccio, ché pensare a sproposito non è il mio unico difetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spero che il genio della lampada, o chiunque decida <em>se</em> o <em>se non</em>, si stia anche lui <em>divertendo</em>, volto altrove invece che ai noiosi fatti miei. Spero non mi abbia sentito dire in silenzio che mi piacerebbe conoscere i tuoi di pensieri. Vorrei conoscerli, certo. Ma non è affatto vero che mi piacerebbe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho voluto dirti la verità perché volevo che il rapporto fosse onesto. Sciocchezze. Confessare non ha niente di onesto. Al più ha qualcosa di sincero. L’onestà rifugge la mancanza e non ha bisogno di confessioni. Ecco che ci infilo il moralismo, che è pericoloso per entrambi. Meglio per me e per te non insinuarsi in questo vicolo nero affollato di dubbi e sensi di colpa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa impasse mi uccide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma poi ti avvicini, con l’aria di chi cerca un abbraccio. Non è una supposizione la mia. So che è quello che vuoi. Ti conosco, e ogni sfumatura nel tuo linguaggio del corpo mi parla molto più di quanto non faccia la tua voce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io invece non lo so quello che voglio e mi rigiro nelle mie incertezze. E comincio a infilarmi in una delle mie elucubrazioni sull’origine delle cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’abbraccio ho una teoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola è potente ma capirla è la parte facile. È legata all’estremità del corpo umano che più delle altre compie gesti: il braccio, e poi la mano al suo termine. E quel prefisso <em>a-</em> che avvicina, congiunge, e crea il verbo parasintattico <em>abbracciare</em>. Ma la stessa costruzione è mutuata dal latino <em>amplector</em>, abbracciare appunto, che sta anche per cingere, tenere stretto, avvinghiare, intrecciare, avvolgere, accogliere, afferrare, cogliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da <em>amplector</em> ad <em>amplexus</em>, basta un solo respiro. L'amplesso: l’abbraccio che descrive il legame più intimo e più carnale di due corpi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l’origine della parola non mi basta. È definizione di qualcosa che già esiste. Però non dice niente dell’origine del gesto, quello che vorrei conoscere di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l’abbraccio è un atteggiamento universale dell’uomo, trasversale alle culture più diverse e addirittura a specie differenti. Deve avere una genesi legata all’evoluzione umana. Io credo sia il fatto che l’uomo disponga di una limitata rotazione del capo. Guardare dietro di sé è, ed è sempre stata, una strategia di difesa dall’aggressione, un modo per mettere in sicurezza un’area e considerarla adeguato riparo. Ma le vertebre cervicali non consentono un movimento completo e impongono sempre allo sguardo un cono d’ombra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È dove si concentra ogni inquietudine. È l’area in cui un inseguitore ti rincorre mentre scappi, e non sai quanto è vicino, ché per sapere dove vai non puoi girarti a guardare. È la zona in cui il predatore aspetta paziente il momento per l’attacco. E per quanto guardingo tu sia, anche girarti intorno non servirà: se sposterai lo sguardo, con lui si muoveranno sempre buio e paura al lato opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se c’è qualcuno, di fronte a te, tanto vicino da illuminare quel buio, da sciogliere tutte le paure mentre tu fai lo stesso con le sue, il legame che nasce non può essere che un abbraccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco dove credo che possa nascondersi l'origine del gesto: guardarsi le spalle. L’attenzione all'altro, la sicurezza, il piacere e il benessere che viene da una reciproca protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cingersi con le braccia, atto superfluo per questo scopo, origina forse in un piccolo favore alla diffidenza. Dice <em>non ti muovere, però! Resta di guardia</em>. Trattiene dalla fuga, dal tradimento del patto biunivoco. E così ha contribuito a dare al gesto anche un significato di fiducia, per quanto precaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, l’abbraccio potrebbe anche essere il residuo atavico dell’azione di lotta, di presa aggressiva. Le braccia a bloccare il movimento e il morso così vicino allo spazio vitale più fragile, il collo. Ma se così fosse, dubito che l’abbraccio sarebbe considerato adesso un gesto amichevole. E in effetti sarebbe una mossa ad alto rischio vicendevole, ché nell’abbraccio, quello che vale per uno, vale per l’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre mi <em>diverto</em> nelle mie futilità, per decidere tutto senza fare niente. E intanto sento la solidità del tuo corpo vicino, le tue braccia intorno a me, il calore, il profumo. Alzo anch’io le braccia. Hai scavalcato le mie incertezze con compostezza disinvolta, cambiando ogni esitazione in conoscenza. Come quasi sempre, hai saputo fare per entrambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, forse, ti abbraccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tu mi guardi le spalle.</p>]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina (temporanea) di Jack Vettriano





Le parole con cui ti ho raccontato il mio turbamento sembrano ancora sospese nell’aria che ci divide. Mi guardi. Adesso che sai, sembra tutto più semplice ma]]></itunes:subtitle>
	<content:encoded><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina (temporanea) di Jack Vettriano</p>





<p class="wp-block-paragraph">Le parole con cui ti ho raccontato il mio turbamento sembrano ancora sospese nell’aria che ci divide. Mi guardi. Adesso che sai, sembra tutto più semplice ma anche più complicato. Non avrei dovuto mentirti. Non avrei dovuto dirti la verità. Non parli ma sei un fiume in piena. Vorrei andarmene per non vedere ogni piccolo segnale muto che rende chiaro il tuo percorso, dalla sorpresa alla delusione, dall’amarezza all’avversione, fino alla rassegnazione da vaso rotto. Invece resto immobile nell’incanto di questo spettacolo doloroso. Non riesco ad allontanarmi come se da quella sofferenza cominciasse la mia punizione. Un altro genere di condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Passa un tempo infinito e mi trattengo a fatica dal mettermi a divagare con la mente su cose futili o superflue, sempre inappropriate al momento. Come il tempo, appunto. Ho spesso questi accessi di divertimento, nel senso etimologico di <em>di-vĕrtere</em>, volgere altrove sguardo e attenzione, farli deragliare. E quando finiscono, mi trovo sempre fuori posto. Atterro nella realtà e di fronte ho qualcuno che mi dice qualcosa o che vuole una risposta a quello che ha detto mentre non c’ero. Ecco, non volevo fare il mio errore e ci sto ricascando. Sto pensando ad altro. E proprio adesso che potresti dire qualcosa di definitivo, io non posso certo perdermelo e chiederti di ripetere. Devo fare la massima attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ti alzi e vai alla finestra. Come se la città di sotto potesse darti qualche risposta, ti metti a osservarla muoversi con il piglio di chi faccia una ricerca scientifica. Ti manca solo il blocco degli appunti. Passa ancora un millennio. E mille volte prendo fiato per dire qualcosa di sbagliato. Ma per fortuna e per miracolo taccio, ché pensare a sproposito non è il mio unico difetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spero che il genio della lampada, o chiunque decida <em>se</em> o <em>se non</em>, si stia anche lui <em>divertendo</em>, volto altrove invece che ai noiosi fatti miei. Spero non mi abbia sentito dire in silenzio che mi piacerebbe conoscere i tuoi di pensieri. Vorrei conoscerli, certo. Ma non è affatto vero che mi piacerebbe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho voluto dirti la verità perché volevo che il rapporto fosse onesto. Sciocchezze. Confessare non ha niente di onesto. Al più ha qualcosa di sincero. L’onestà rifugge la mancanza e non ha bisogno di confessioni. Ecco che ci infilo il moralismo, che è pericoloso per entrambi. Meglio per me e per te non insinuarsi in questo vicolo nero affollato di dubbi e sensi di colpa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa impasse mi uccide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma poi ti avvicini, con l’aria di chi cerca un abbraccio. Non è una supposizione la mia. So che è quello che vuoi. Ti conosco, e ogni sfumatura nel tuo linguaggio del corpo mi parla molto più di quanto non faccia la tua voce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io invece non lo so quello che voglio e mi rigiro nelle mie incertezze. E comincio a infilarmi in una delle mie elucubrazioni sull’origine delle cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’abbraccio ho una teoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola è potente ma capirla è la parte facile. È legata all’estremità del corpo umano che più delle altre compie gesti: il braccio, e poi la mano al suo termine. E quel prefisso <em>a-</em> che avvicina, congiunge, e crea il verbo parasintattico <em>abbracciare</em>. Ma la stessa costruzione è mutuata dal latino <em>amplector</em>, abbracciare appunto, che sta anche per cingere, tenere stretto, avvinghiare, intrecciare, avvolgere, accogliere, afferrare, cogliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E da <em>amplector</em> ad <em>amplexus</em>, basta un solo respiro. L'amplesso: l’abbraccio che descrive il legame più intimo e più carnale di due corpi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l’origine della parola non mi basta. È definizione di qualcosa che già esiste. Però non dice niente dell’origine del gesto, quello che vorrei conoscere di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l’abbraccio è un atteggiamento universale dell’uomo, trasversale alle culture più diverse e addirittura a specie differenti. Deve avere una genesi legata all’evoluzione umana. Io credo sia il fatto che l’uomo disponga di una limitata rotazione del capo. Guardare dietro di sé è, ed è sempre stata, una strategia di difesa dall’aggressione, un modo per mettere in sicurezza un’area e considerarla adeguato riparo. Ma le vertebre cervicali non consentono un movimento completo e impongono sempre allo sguardo un cono d’ombra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È dove si concentra ogni inquietudine. È l’area in cui un inseguitore ti rincorre mentre scappi, e non sai quanto è vicino, ché per sapere dove vai non puoi girarti a guardare. È la zona in cui il predatore aspetta paziente il momento per l’attacco. E per quanto guardingo tu sia, anche girarti intorno non servirà: se sposterai lo sguardo, con lui si muoveranno sempre buio e paura al lato opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se c’è qualcuno, di fronte a te, tanto vicino da illuminare quel buio, da sciogliere tutte le paure mentre tu fai lo stesso con le sue, il legame che nasce non può essere che un abbraccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco dove credo che possa nascondersi l'origine del gesto: guardarsi le spalle. L’attenzione all'altro, la sicurezza, il piacere e il benessere che viene da una reciproca protezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cingersi con le braccia, atto superfluo per questo scopo, origina forse in un piccolo favore alla diffidenza. Dice <em>non ti muovere, però! Resta di guardia</em>. Trattiene dalla fuga, dal tradimento del patto biunivoco. E così ha contribuito a dare al gesto anche un significato di fiducia, per quanto precaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo, l’abbraccio potrebbe anche essere il residuo atavico dell’azione di lotta, di presa aggressiva. Le braccia a bloccare il movimento e il morso così vicino allo spazio vitale più fragile, il collo. Ma se così fosse, dubito che l’abbraccio sarebbe considerato adesso un gesto amichevole. E in effetti sarebbe una mossa ad alto rischio vicendevole, ché nell’abbraccio, quello che vale per uno, vale per l’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre mi <em>diverto</em> nelle mie futilità, per decidere tutto senza fare niente. E intanto sento la solidità del tuo corpo vicino, le tue braccia intorno a me, il calore, il profumo. Alzo anch’io le braccia. Hai scavalcato le mie incertezze con compostezza disinvolta, cambiando ogni esitazione in conoscenza. Come quasi sempre, hai saputo fare per entrambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, forse, ti abbraccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tu mi guardi le spalle.</p>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary><![CDATA[di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina (temporanea) di Jack Vettriano





Le parole con cui ti ho raccontato il mio turbamento sembrano ancora sospese nell’aria che ci divide. Mi guardi. Adesso che sai, sembra tutto più semplice ma anche più complicato. Non avrei dovuto mentirti. Non avrei dovuto dirti la verità. Non parli ma sei un fiume in piena. Vorrei andarmene per non vedere ogni piccolo segnale muto che rende chiaro il tuo percorso, dalla sorpresa alla delusione, dall’amarezza all’avversione, fino alla rassegnazione da vaso rotto. Invece resto immobile nell’incanto di questo spettacolo doloroso. Non riesco ad allontanarmi come se da quella sofferenza cominciasse la mia punizione. Un altro genere di condanna.



Passa un tempo infinito e mi trattengo a fatica dal mettermi a divagare con la mente su cose futili o superflue, sempre inappropriate al momento. Come il tempo, appunto. Ho spesso questi accessi di divertimento, nel senso etimologico di di-vĕrtere, volgere altrove sguardo e attenzione, farli deragliare. E quando finiscono, mi trovo sempre fuori posto. Atterro nella realtà e di fronte ho qualcuno che mi dice qualcosa o che vuole una risposta a quello che ha detto mentre non c’ero. Ecco, non volevo fare il mio errore e ci sto ricascando. Sto pensando ad altro. E proprio adesso che potresti dire qualcosa di definitivo, io non posso certo perdermelo e chiederti di ripetere. Devo fare la massima attenzione.



Ti alzi e vai alla finestra. Come se la città di sotto potesse darti qualche risposta, ti metti a osservarla muoversi con il piglio di chi faccia una ricerca scientifica. Ti manca solo il blocco degli appunti. Passa ancora un millennio. E mille volte prendo fiato per dire qualcosa di sbagliato. Ma per fortuna e per miracolo taccio, ché pensare a sproposito non è il mio unico difetto.



Spero che il genio della lampada, o chiunque decida se o se non, si stia anche lui divertendo, volto altrove invece che ai noiosi fatti miei. Spero non mi abbia sentito dire in silenzio che mi piacerebbe conoscere i tuoi di pensieri. Vorrei conoscerli, certo. Ma non è affatto vero che mi piacerebbe.



Ho voluto dirti la verità perché volevo che il rapporto fosse onesto. Sciocchezze. Confessare non ha niente di onesto. Al più ha qualcosa di sincero. L’onestà rifugge la mancanza e non ha bisogno di confessioni. Ecco che ci infilo il moralismo, che è pericoloso per entrambi. Meglio per me e per te non insinuarsi in questo vicolo nero affollato di dubbi e sensi di colpa.



Questa impasse mi uccide.



Ma poi ti avvicini, con l’aria di chi cerca un abbraccio. Non è una supposizione la mia. So che è quello che vuoi. Ti conosco, e ogni sfumatura nel tuo linguaggio del corpo mi parla molto più di quanto non faccia la tua voce.



Io invece non lo so quello che voglio e mi rigiro nelle mie incertezze. E comincio a infilarmi in una delle mie elucubrazioni sull’origine delle cose.



Sull’abbraccio ho una teoria.



La parola è potente ma capirla è la parte facile. È legata all’estremità del corpo umano che più delle altre compie gesti: il braccio, e poi la mano al suo termine. E quel prefisso a- che avvicina, congiunge, e crea il verbo parasintattico abbracciare. Ma la stessa costruzione è mutuata dal latino amplector, abbracciare appunto, che sta anche per cingere, tenere stretto, avvinghiare, intrecciare, avvolgere, accogliere, afferrare, cogliere.



E da amplector ad amplexus, basta un solo respiro. L'amplesso: l’abbraccio che descrive il legame più intimo e più carnale di due corpi.



Ma l’origine della parola non mi basta. È definizione di qualcosa che già esiste. Però non dice niente dell’origine del gesto, quello che vorrei conoscere di più.



Perché l’abbraccio è un atteggiamento universale dell’uomo, trasversale alle culture più diverse e addirittura a specie differenti. Deve avere una genesi legata all’evoluzione umana. Io credo sia il fatto che l’uomo disponga di una limitata rotazione del capo. Guard]]></itunes:summary>
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Le parole con cui ti ho raccontato il mio turbamento sembrano ancora sospese nell’aria che ci divide. Mi guardi. Adesso che sai, sembra tutto più semplice ma anche più complicato. Non avrei dovuto mentirti. Non avrei dovuto dirti la verità. Non parli ma sei un fiume in piena. Vorrei andarmene per non vedere ogni piccolo segnale muto che rende chiaro il tuo percorso, dalla sorpresa alla delusione, dall’amarezza all’avversione, fino alla rassegnazione da vaso rotto. Invece resto immobile nell’incanto di questo spettacolo doloroso. Non riesco ad allontanarmi come se da quella sofferenza cominciasse la mia punizione. Un altro genere di condanna.



Passa un tempo infinito e mi trattengo a fatica dal mettermi a divagare con la mente su cose futili o superflue, sempre inappropriate al momento. Come il tempo, appunto. Ho spesso questi accessi di divertimento, nel senso etimologico di di-vĕrtere, ]]></googleplay:description>
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	<title>Appocundria</title>
	<link>https://www.cinicoweb.it/cwn/podcast/appocundria-2/</link>
	<pubDate>Wed, 08 Mar 2023 20:23:15 +0000</pubDate>
	<dc:creator><![CDATA[www.cinicoweb.it]]></dc:creator>
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	<description><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina di Ilario Bocciuolo.</p>





<p class="wp-block-paragraph">Nun saccio leggere. Nun saccio scrivere. Nun m’aggia mai ‘mparato. A’ scola nun ce so’ ghiuta. Io tenevo ‘a che fa’.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-02cb386c-de8c-4c53-becf-d24b7b4f3c19">Perciò parlo poco. Non so spiegarmi molto. Il mio sentire è chiaro come sarebbe chiaro a voi se lo leggeste in un libro.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-abc6eabb-20b0-47a2-be7f-a7bdde05fa61">Ma solo quando penso. E quindi io penso.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-1c2b64ea-cbaa-4911-8935-0ca5abf92756">Penso a me lattante, nata inutile e costosa femmina, quando e dove valgono solo i maschi, peso da portare per tutti. Ah, non ne avevano idea.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-62efba8c-b07d-424a-aaec-b54c25f2c80c">Penso a me appena bambina, ribelle agli usi e con le mani nella terra a raccogliere patate, a nutrire una famiglia carica di miserie e, perché la fatica di tutti lasciava avanzare tempo scarso, anche dura di affetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-4fae80c1-1f3c-4510-9f7b-4baad6d3d3a9">Penso che assai poco è bastato per abituarsi a essere donna, a fare quello che una donna deve. Lavorare, camminare a testa bassa, mantenere dignità e onestà e aspettare la ciorta.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-f793443c-ee41-431f-893b-d4cfb86b73fe">Penso alla mia di ciorta, che è arrivata per tempo, senza farmi zitella prima. E no, non ho potuto lamentarmi. Non che sia mai stata una che si lamenta, ma non c’era bisogno. Bravo, onesto, testa alta, già abituato a essere uomo. Faceva le cose che un uomo doveva fare: lavorare, fare figli, morire. E le ha fatte, tutte. Anche troppo presto.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-ff2e7f87-714f-4c2b-ba5f-fb810b3a058f">Penso a quello che abbiamo avuto: molto, moltissimo. E poco alla volta abbiamo imparato ad ammorbidire gli affetti come sponzavamo il pane duro, poco importavano le altre ricchezze assenti. Ridere si rideva. Non spesso, però a volte anche bene. Ma ho poi imparato a piangere, che io non l’avevo mai fatto. Ed è stato più bello. Assai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso alle paure scure che poi si sono levate lente dal petto come una lama che si sfila piano. E più piano va, più fa male. Ma già consola che sia un po’ più lontana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso a un Dio proposto da mediatori indegni che ammaestrano invece che insegnare. La chiesa come posto di altro sacrificio e lavoro per l’indulgenza di entità distanti. Solo i superstiziosi ci cascano. E io non ho paura. Non lo so se quello che sono e quello che ho è merito, o anche colpa, sua. So che il buono me lo sono guadagnato. E non sono sicura di essermi meritata il cattivo. Non tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che ho insegnato amore senza conoscerlo e nel farlo l’ho scoperto, l’ho trovato. Poi figli, nipoti e pronipoti, con tutti gli affini. Chi lo immaginava quanti ce n’erano di amori diversi? Uno, poi uno per ciascuno e poi tanti per ciascuno. Il mondo era bello e io non sapevo neanche che fosse brutto. Sono stata pure fortunata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso, e le memorie si affollano, sgomitano e vogliono uscire tutte per prime. Gli anni sono tanti e i ricordi belli salvano, portano luce, fresco e sapore dolce. Quelli brutti non restano, scivolano via. Ma non tutti. Quelli più amari resistono. Ti vogliono e ti prendono un po’, se riescono. E nel buio vedi di nuovo la lama, ma fa meno paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che devo cucinare. È la mia terapia, il mio sollievo. Trasformo cose in altre cose che poi gli altri mangiano. Sono brava, dicono. Ma è vero. Era uno dei doveri molto tempo fa. E non ero molto brava. Ma poi ho imparato bene, quando ho scoperto che poteva essere un nuovo amore, ancora un altro, per le cose, per il tempo usato, per il piacere provato e, più, per quello regalato a chi ne voleva ancora un po’.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso a me ora, vecchia assai, più di quanto mia madre, mia nonna siano mai diventate. Mi chiedo se serve durare tanto. Fatto il mio dovrei andare. E il mio l’ho fatto. C’è tanta di quella gente adesso intorno che, dopo un po’, non noteranno più la mia assenza. Gente mia. Ma non sono pronta. Non sono attaccata alla vita, non voglio esserci per sempre. Ma sono qui ogni giorno per fare qualcosa. Ho sempre fatto questo, ogni giorno qualcosa. E finché c’è qualcosa che posso fare, è responsabilità mia esserci per farla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso di nuovo alla lama. Alla gente mia che se ne va, e la fa tornare nel petto. Avanti e indietro, sempre più vecchia io, sempre più spesso lei. Non c’è il tempo per dimenticarne uno, che lei torna a prenderne un altro. I vecchi come me, che è normale. E anche qualche giovane a volte, che è più difficile. Fa ancora paura ma ormai io e lei ci conosciamo. Non so se sono più dura io o è più stanca lei. Magari è solo che mi rispetta ormai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che intorno le cose sono così diverse. Più difficili. Casa, terra, casa. Questo era tutta la mia giornata. Adesso vedo tante cose e non le capisco. C’è chi le capisce per me, tanti mi stanno attorno, si prendono cure e non riesco ad abituarmi, anche dopo tanti anni. Però mi sembra tutto difficile e indecifrabile. Mi sa che a volte ho un’altra paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che non devo farci amicizia con la lama. Meglio non fidarsi. Per tutta la vita mi sono fidata poco. Forse qualcosa ho perso ma non credo. Cosa avrei potuto mai avere di più? Sono soddisfatta e allora di lei non mi fido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che non fa più dolore ormai quando va e viene. Non tanto. È solo un pungere molle, come nostalgia ma più profonda, come sconforto ma meno disperato, come malinconia ma più lieta, come noia ma meno opprimente. Ho una sola parola ed è nella mia lingua: appocundria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che ormai sono debole di gambe, di vista e d’anima e non riesco più a fare le cose. Ho pensiero di essere di nuovo un peso. Ribellarmi adesso non posso più. E non rivoglio indietro niente di quello che ho dato. Erano doni, non contributi previdenziali. Sono stanca e sarebbe anche il momento. Non ho paura e penso che comincerò a fidarmi. Magari alla fine sarà lei a fare qualcosa di buono per me. Forse mi lascerà riposare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso questo. Lo penso bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nun v'o saccio dicere.</p>]]></description>
	<itunes:subtitle><![CDATA[di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina di Ilario Bocciuolo.





Nun saccio leggere. Nun saccio scrivere. Nun m’aggia mai ‘mparato. A’ scola nun ce so’ ghiuta. Io tenevo ‘a che fa’.



Perciò parlo poco. Non so spiegarmi molto. Il m]]></itunes:subtitle>
	<content:encoded><![CDATA[<p class="wp-block-paragraph">di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina di Ilario Bocciuolo.</p>





<p class="wp-block-paragraph">Nun saccio leggere. Nun saccio scrivere. Nun m’aggia mai ‘mparato. A’ scola nun ce so’ ghiuta. Io tenevo ‘a che fa’.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-02cb386c-de8c-4c53-becf-d24b7b4f3c19">Perciò parlo poco. Non so spiegarmi molto. Il mio sentire è chiaro come sarebbe chiaro a voi se lo leggeste in un libro.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-abc6eabb-20b0-47a2-be7f-a7bdde05fa61">Ma solo quando penso. E quindi io penso.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-1c2b64ea-cbaa-4911-8935-0ca5abf92756">Penso a me lattante, nata inutile e costosa femmina, quando e dove valgono solo i maschi, peso da portare per tutti. Ah, non ne avevano idea.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-62efba8c-b07d-424a-aaec-b54c25f2c80c">Penso a me appena bambina, ribelle agli usi e con le mani nella terra a raccogliere patate, a nutrire una famiglia carica di miserie e, perché la fatica di tutti lasciava avanzare tempo scarso, anche dura di affetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-4fae80c1-1f3c-4510-9f7b-4baad6d3d3a9">Penso che assai poco è bastato per abituarsi a essere donna, a fare quello che una donna deve. Lavorare, camminare a testa bassa, mantenere dignità e onestà e aspettare la ciorta.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-f793443c-ee41-431f-893b-d4cfb86b73fe">Penso alla mia di ciorta, che è arrivata per tempo, senza farmi zitella prima. E no, non ho potuto lamentarmi. Non che sia mai stata una che si lamenta, ma non c’era bisogno. Bravo, onesto, testa alta, già abituato a essere uomo. Faceva le cose che un uomo doveva fare: lavorare, fare figli, morire. E le ha fatte, tutte. Anche troppo presto.</p>



<p class="wp-block-paragraph" id="block-ff2e7f87-714f-4c2b-ba5f-fb810b3a058f">Penso a quello che abbiamo avuto: molto, moltissimo. E poco alla volta abbiamo imparato ad ammorbidire gli affetti come sponzavamo il pane duro, poco importavano le altre ricchezze assenti. Ridere si rideva. Non spesso, però a volte anche bene. Ma ho poi imparato a piangere, che io non l’avevo mai fatto. Ed è stato più bello. Assai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso alle paure scure che poi si sono levate lente dal petto come una lama che si sfila piano. E più piano va, più fa male. Ma già consola che sia un po’ più lontana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso a un Dio proposto da mediatori indegni che ammaestrano invece che insegnare. La chiesa come posto di altro sacrificio e lavoro per l’indulgenza di entità distanti. Solo i superstiziosi ci cascano. E io non ho paura. Non lo so se quello che sono e quello che ho è merito, o anche colpa, sua. So che il buono me lo sono guadagnato. E non sono sicura di essermi meritata il cattivo. Non tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che ho insegnato amore senza conoscerlo e nel farlo l’ho scoperto, l’ho trovato. Poi figli, nipoti e pronipoti, con tutti gli affini. Chi lo immaginava quanti ce n’erano di amori diversi? Uno, poi uno per ciascuno e poi tanti per ciascuno. Il mondo era bello e io non sapevo neanche che fosse brutto. Sono stata pure fortunata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso, e le memorie si affollano, sgomitano e vogliono uscire tutte per prime. Gli anni sono tanti e i ricordi belli salvano, portano luce, fresco e sapore dolce. Quelli brutti non restano, scivolano via. Ma non tutti. Quelli più amari resistono. Ti vogliono e ti prendono un po’, se riescono. E nel buio vedi di nuovo la lama, ma fa meno paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che devo cucinare. È la mia terapia, il mio sollievo. Trasformo cose in altre cose che poi gli altri mangiano. Sono brava, dicono. Ma è vero. Era uno dei doveri molto tempo fa. E non ero molto brava. Ma poi ho imparato bene, quando ho scoperto che poteva essere un nuovo amore, ancora un altro, per le cose, per il tempo usato, per il piacere provato e, più, per quello regalato a chi ne voleva ancora un po’.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso a me ora, vecchia assai, più di quanto mia madre, mia nonna siano mai diventate. Mi chiedo se serve durare tanto. Fatto il mio dovrei andare. E il mio l’ho fatto. C’è tanta di quella gente adesso intorno che, dopo un po’, non noteranno più la mia assenza. Gente mia. Ma non sono pronta. Non sono attaccata alla vita, non voglio esserci per sempre. Ma sono qui ogni giorno per fare qualcosa. Ho sempre fatto questo, ogni giorno qualcosa. E finché c’è qualcosa che posso fare, è responsabilità mia esserci per farla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso di nuovo alla lama. Alla gente mia che se ne va, e la fa tornare nel petto. Avanti e indietro, sempre più vecchia io, sempre più spesso lei. Non c’è il tempo per dimenticarne uno, che lei torna a prenderne un altro. I vecchi come me, che è normale. E anche qualche giovane a volte, che è più difficile. Fa ancora paura ma ormai io e lei ci conosciamo. Non so se sono più dura io o è più stanca lei. Magari è solo che mi rispetta ormai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che intorno le cose sono così diverse. Più difficili. Casa, terra, casa. Questo era tutta la mia giornata. Adesso vedo tante cose e non le capisco. C’è chi le capisce per me, tanti mi stanno attorno, si prendono cure e non riesco ad abituarmi, anche dopo tanti anni. Però mi sembra tutto difficile e indecifrabile. Mi sa che a volte ho un’altra paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che non devo farci amicizia con la lama. Meglio non fidarsi. Per tutta la vita mi sono fidata poco. Forse qualcosa ho perso ma non credo. Cosa avrei potuto mai avere di più? Sono soddisfatta e allora di lei non mi fido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che non fa più dolore ormai quando va e viene. Non tanto. È solo un pungere molle, come nostalgia ma più profonda, come sconforto ma meno disperato, come malinconia ma più lieta, come noia ma meno opprimente. Ho una sola parola ed è nella mia lingua: appocundria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che ormai sono debole di gambe, di vista e d’anima e non riesco più a fare le cose. Ho pensiero di essere di nuovo un peso. Ribellarmi adesso non posso più. E non rivoglio indietro niente di quello che ho dato. Erano doni, non contributi previdenziali. Sono stanca e sarebbe anche il momento. Non ho paura e penso che comincerò a fidarmi. Magari alla fine sarà lei a fare qualcosa di buono per me. Forse mi lascerà riposare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso questo. Lo penso bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nun v'o saccio dicere.</p>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary><![CDATA[di Nicola Cirillo, interpretato da Carmela Pirone, copertina di Ilario Bocciuolo.





Nun saccio leggere. Nun saccio scrivere. Nun m’aggia mai ‘mparato. A’ scola nun ce so’ ghiuta. Io tenevo ‘a che fa’.



Perciò parlo poco. Non so spiegarmi molto. Il mio sentire è chiaro come sarebbe chiaro a voi se lo leggeste in un libro.



Ma solo quando penso. E quindi io penso.



Penso a me lattante, nata inutile e costosa femmina, quando e dove valgono solo i maschi, peso da portare per tutti. Ah, non ne avevano idea.



Penso a me appena bambina, ribelle agli usi e con le mani nella terra a raccogliere patate, a nutrire una famiglia carica di miserie e, perché la fatica di tutti lasciava avanzare tempo scarso, anche dura di affetti.



Penso che assai poco è bastato per abituarsi a essere donna, a fare quello che una donna deve. Lavorare, camminare a testa bassa, mantenere dignità e onestà e aspettare la ciorta.



Penso alla mia di ciorta, che è arrivata per tempo, senza farmi zitella prima. E no, non ho potuto lamentarmi. Non che sia mai stata una che si lamenta, ma non c’era bisogno. Bravo, onesto, testa alta, già abituato a essere uomo. Faceva le cose che un uomo doveva fare: lavorare, fare figli, morire. E le ha fatte, tutte. Anche troppo presto.



Penso a quello che abbiamo avuto: molto, moltissimo. E poco alla volta abbiamo imparato ad ammorbidire gli affetti come sponzavamo il pane duro, poco importavano le altre ricchezze assenti. Ridere si rideva. Non spesso, però a volte anche bene. Ma ho poi imparato a piangere, che io non l’avevo mai fatto. Ed è stato più bello. Assai.



Penso alle paure scure che poi si sono levate lente dal petto come una lama che si sfila piano. E più piano va, più fa male. Ma già consola che sia un po’ più lontana.



Penso a un Dio proposto da mediatori indegni che ammaestrano invece che insegnare. La chiesa come posto di altro sacrificio e lavoro per l’indulgenza di entità distanti. Solo i superstiziosi ci cascano. E io non ho paura. Non lo so se quello che sono e quello che ho è merito, o anche colpa, sua. So che il buono me lo sono guadagnato. E non sono sicura di essermi meritata il cattivo. Non tutto.



Penso che ho insegnato amore senza conoscerlo e nel farlo l’ho scoperto, l’ho trovato. Poi figli, nipoti e pronipoti, con tutti gli affini. Chi lo immaginava quanti ce n’erano di amori diversi? Uno, poi uno per ciascuno e poi tanti per ciascuno. Il mondo era bello e io non sapevo neanche che fosse brutto. Sono stata pure fortunata.



Penso, e le memorie si affollano, sgomitano e vogliono uscire tutte per prime. Gli anni sono tanti e i ricordi belli salvano, portano luce, fresco e sapore dolce. Quelli brutti non restano, scivolano via. Ma non tutti. Quelli più amari resistono. Ti vogliono e ti prendono un po’, se riescono. E nel buio vedi di nuovo la lama, ma fa meno paura.



Penso che devo cucinare. È la mia terapia, il mio sollievo. Trasformo cose in altre cose che poi gli altri mangiano. Sono brava, dicono. Ma è vero. Era uno dei doveri molto tempo fa. E non ero molto brava. Ma poi ho imparato bene, quando ho scoperto che poteva essere un nuovo amore, ancora un altro, per le cose, per il tempo usato, per il piacere provato e, più, per quello regalato a chi ne voleva ancora un po’.



Penso a me ora, vecchia assai, più di quanto mia madre, mia nonna siano mai diventate. Mi chiedo se serve durare tanto. Fatto il mio dovrei andare. E il mio l’ho fatto. C’è tanta di quella gente adesso intorno che, dopo un po’, non noteranno più la mia assenza. Gente mia. Ma non sono pronta. Non sono attaccata alla vita, non voglio esserci per sempre. Ma sono qui ogni giorno per fare qualcosa. Ho sempre fatto questo, ogni giorno qualcosa. E finché c’è qualcosa che posso fare, è responsabilità mia esserci per farla.



Penso di nuovo alla lama. Alla gente mia che se ne va, e la fa tornare nel petto. Avanti e indietro, sempre più vecchia io, sempre più spesso lei. Non c’è il tempo per dimenticarne uno, che le]]></itunes:summary>
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		<ssp:title>Appocundria</ssp:title>
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Nun saccio leggere. Nun saccio scrivere. Nun m’aggia mai ‘mparato. A’ scola nun ce so’ ghiuta. Io tenevo ‘a che fa’.



Perciò parlo poco. Non so spiegarmi molto. Il mio sentire è chiaro come sarebbe chiaro a voi se lo leggeste in un libro.



Ma solo quando penso. E quindi io penso.



Penso a me lattante, nata inutile e costosa femmina, quando e dove valgono solo i maschi, peso da portare per tutti. Ah, non ne avevano idea.



Penso a me appena bambina, ribelle agli usi e con le mani nella terra a raccogliere patate, a nutrire una famiglia carica di miserie e, perché la fatica di tutti lasciava avanzare tempo scarso, anche dura di affetti.



Penso che assai poco è bastato per abituarsi a essere donna, a fare quello che una donna deve. Lavorare, camminare a testa bassa, mantenere dignità e onestà e aspettare la ciorta.



Penso alla mia di ciorta, che è arrivata per tempo, senza farmi zitella prim]]></googleplay:description>
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